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Aboliamo l'ergastolo

Giustizia: chi ha paura di abolire l’ergastolo?

di Salvatore Ferraro
 
Proprio qualche settimana fa, durante un megaconvegno organizzato dai DS recante titolo “Carcere e libertà”, l’on. Fassino, con modi, parole e argomenti schietti, rilanciava sul tavolo dei programmi politici l’esigenza di un’amnistia prossima, ventura. La nutrita audience, alla proposta del suo leader,  rispondeva con entusiasmo: applausi lunghi e scroscianti, sorridenti assensi di quasi papale memoria, e tanta ma tanta gioia condivisa.
 
Il convegno, poi, si contornava di diritto ancora più praticato e gorgheggiava di interessantissimi (e qualitativamente alti) interventi, molti, tesi a trovare alchimie giuridiche per ricucire qualche drappo smagliato dalla non ineccepibile legisproduzione di governo.
Ma il momento, se non il più interessante, sicuramente più significativo si aveva quando qualcuno, dopo un clamoroso crescendo di consensi versati con cocenti applausi, preso dall’entusiasmo e dal buon senso che il suo vissuto di giurista gli suggeriva, proponeva, tra  tante cose buone e giuste, anche l’abolizione dell’ergastolo.
 
E allora,Silenzio. Un silenzio né sordo e né muto, ma un silenzio irreale, gelido, “clamoroso”, che avvolgeva, all’improvviso, l’intero auditorio. Teste che scuotevano, così, come se improvvisamente assediate da pindarici e circolari voli di mosche moleste.  Episodio eloquente. Ma anche piccolo spunto per riportare sul tavolo questa questione scomoda che ha avuto negli anni degli strani “trattamenti”, valutazioni dottrinali e costituzionali che varrebbe la pena sottoporre a un nuovo e più fresco esame.
 
Si è sempre scansato il problema ergastolo con la sfuggente argomentazione che lo stesso altro non fosse che una sorta di “pena virtuale”, che in fondo un “fine pena mai”, di fatto, non esiste, che la questione dovrebbe, pertanto, solo latamente rientrare in un più generale discorso sulla pena.
 
Credo sia sbagliato trattare la questione in maniera così sbrigativa. Sbagliato per il diritto, per certi valori costituzionali ancora vigenti e per quei 1224 detenuti (il numero è stato reso pubblico dal ministero tre settimane fa) costretti a rispondere con la parola “mai!” a quei compagni che quotidianamente gli chiedono per quando è previsto il suo fine pena.
La verità è che un discorso serio, sul problema dell’ergastolo, deve essere prima o poi rifatto. La Corte Costituzionale, investita, in circa un quarantennio, almeno tre volte del problema è riuscita a glissare in maniera straordinaria la risposta ancorandosi a due solidi ceppi: la grazia del Presidente della Repubblica e, dal ’75 a oggi, la codificazione dell’istituto della liberazione condizionale. Proprio così. La “virtualità” di questa pena è denotata, secondo la consulta, dalla possibilità per il detenuto di vincere una volta nella vita la lotteria della grazia o di essere eventualmente premiato con una condizione sospensiva che di serio e giuridico ha davvero poco. Niente diritti, quindi. Ma mere concessioni. Lotterie, insomma.
 
Un qualcosa, quindi, che stride in maniera impietosamente illegittima con quanto esplicitamente e lucidamente richiesto dall’articolo 27 della Costituzione: un percorso, un percorso visibile per il detenuto. Giuridicamente perimetrato, con diritti solidi. 
Come giustamente scrive Nicola Valentino, ergastolano, introducendo il bel libro di Annino Mele “Mai” edito da sensibili alle foglie“l’assenza di un fine pena certo rende diversa infatti l’esperienza reclusiva dell’ergastolano da quella di qualunque altro prigioniero condannato a pena temporale. L’ergastolano non ha nessun orizzonte temporale che possa con certezza orientare il suo cammino. Per mantenere la presenza a se stesso e dare un senso a ciò che gli sta accadendo, il recluso, proiettato sulla soglia dell’ergastolo fa di tutto. Può essere incredulo oppure uccidersi. La morte ha più senso: l’umanità ha creato le religioni e altri linguaggi per comprendere la morte, ma nessuno di questi linguaggi viene in aiuto per immaginare l’ergastolo”.
 
Forse sarebbe sufficiente ricordare ai futuri eletti del nuovo Parlamento che quest’anno Spagna e Portogallo correranno di fretta per abolire questo barbaro istituto. Si potrebbe anche sottolineare che l’ordinamento tedesco, pur prevedendolo espressamente, non ne fa applicazione da almeno un ventennio o che la Francia a fine ottocento lo riteneva peggiore della pena di morte. Potrei stuzzicare la creatività di qualcuno ricordando come l’ergastolo sia una creatura della chiesa dell’inquisizione. Ma quello che mi preme più sottolineare è l’altissima gradazione di ingiustizia sociale contenuta in questa disumana pena che, di fatto, tende ad attuare un meccanismo di “cancellazione sociale” dell’individuo in contraddizione con la stessa natura del diritto. E mi piacerebbe anche, sarcasticamente, sottolineare i notevoli progressi fatti, grazie alla tecnologia, del sistema carcerario che, consapevole degli effetti psichicamente distruttivi che comportava la lettura del termine “fine pena mai” nel certificato penale, lo ha informaticamente sostituito con il più simpatico e lieto: 99/99/9999.
Bello, no?.
 
“Sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco a immaginarmelo”.
Lo diceva una persona, tanto tempo fa, per sottolinearne l’esigenza della sua abolizione. Una persona che non c’è più e che ogni tanto diceva anche cose sagge. Una persona che stava molto ma molto a sinistra.

Pubblicato il 14/3/2006 alle 12.22 nella rubrica Articoli altrui.

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