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Les bienveillantes: una riflessione

 

Il personaggio letterario che ultimamente più mi ha impressionato (lettura faticosa,e quasi ultimata, trattandosi di ben 943 pagine di straordinaria densità, per non parlare della continua necessità per il lettore di consultare le appendici dei glossari utili a decodificare tutto quel gergo tecnico-militare rigorosamente in tedesco e per capire la struttura e la pratica, parafrasando Neumann, di Wermacht, SA ed SS)  è Maximilian Aue, il protagonista de Le Benevole di Jonathan Littell, un ebreo-americano (cosa sarebbe l’America senza questi meraviglioso trattini etnici?) che ha scritto in francese il più sconvolgente romanzo degli ultimi anni.

Maximilian è un anziano direttore di una fabbrica di merletti  nel Nord della Francia che decide di riverlarci il suo passato di ufficiale delle SS  speso a sterminare migliaia di ebrei e che proprio all’inizio del suo memoriale si giustifica dicendo “per ciò che ho fatto, c’erano sempre delle ragioni, giuste o sbagliate non so. In ogni caso, ragioni umane”.

Addentrandosi nelle pagine del romanzo, ci si accorge che Maximilian Aue è un personaggio di una ambiguità sconcertante. La prima frase che pronuncia è :”Fratelli umani, lasciate che vi racconti come è andata”. In questo modo ci tiene a farci sapere che lui non è un mostro, ma un essere umano come noi; in più, ha una capacità di ragionamento, uno charme, per così dire, che in alcune pagine

risultano pericolosamente seduttivi. In molti si sono chiesti se vittima di questa seduzione sia caduto anche l’autore del libro.

Chiunque abbia tentato di raccontare una storia fissandola sulla pagina, spesso corre il rischio fatale di innamorarsi dei personaggi che ha creato, per quanto odiosi essi siano. La domanda è dunque questa: ci si può innamorare di un nazista?

E’ la consueta trappola dell’io narrante: un dilemma morale che va,  però, subito accantonato.

Recentemente il premio Nobel Pahmuk ha osservato come la vera forza di un romanzo stia nella immedesimazione dell’autore con il personaggio da lui creato, talmente intensa da impedirgli di pronunciare dei giudizi morali.

L’arte del romanzo, insomma, si fonda sulla capacità, unica negli esseri umani, di identificarsi con un altro. Prendiamo Dostoevskji: era un moralista insopportabile, con gli anni divenne un reazionario clericale che si atteggiava a profeta;  lo irritavano le ideologie liberali, socialiste e anarchiche. Nel 1869 aveva letto alcuni articoli a proposito di una cellula terroristica messa in piedi da un allievo di Bakunin per il quale esisteva un’unica scienza: la scienza della distruzione.

Il risentimento spingeva Dostoevskji a scrivere un pamphlet contro quei Demoni, ma il suo istinto di scrittore si ribellò al suo umore e Stavrogin si trasformò nel vero eroe del romanzo (senz’altro il più grande nichilista delle letteratura russa). Aveva scritto, con I demoni, il suo libro definitivo sulla immensa vastità del male.

Come lettrice, a Littell, non chiedevo di esprimere un giudizio sul nazismo: ho già il mio, e niente e nessuno potrà farlo vacillare. A Le benevole chiedevo qualcosa di profondamente diverso: letteratura con la L maiuscola. E sono stata accontentata.

Pubblicato il 6/6/2008 alle 19.37 nella rubrica Spigolature quasi, non proprio, quotidiane.

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