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Certi Gregor, certi Mario e Maria non sanno di avere le ali (una fantasia entomologica)

 

Prendiamo ancora spunto dalla letteratura: in questo caso, dai personaggi letterari. Alcuni di loro mi hanno fatto compagnia al punto tale che li ritengo quasi amici miei. Credo che leggiamo romanzi non tanto per istruirci o per essere migliori quanto per potenziarci. Non possiamo conoscere che un numero insufficiente di persone, un numero limitato di città e di nazioni. La letteratura, invece, ci dà la possibilità di riempire le h, le j e le k della nostra rubrica telefonica e di piantare nuove bandierine sul mappamondo. Certo, creature come Emma Bovary, Anna Karenina e Fabrizio Del Dongo sono fatte di lettere dell’alfabeto. Nessun personaggio letterario è reale in qualche senso esteriore ma esiste all’interno di un testo formato da uno schieramento ben preciso di parole.

Facciamo l’esempio massimo: Shakespeare, l’uomo che, avendo inventato Falstaff, Lear, Prospero, Jago e Otello, ha inventato in qualche modo anche noi lettori. Noi lettori che da cinque secoli desideriamo come Romeo, impazziamo d’amore come Otello e trasformiamo in tanti Amleti i nostri enigmi.

È difficile smentire il fatto che queste creature siano il frutto di un insuperabile ordine di immagini e di retorica. Più che in ogni altro intelletto umano, di cui abbiamo congrue notizie, Shakespeare ha usato la lingua in una condizione di possibilità totale.

Ma cosa c’è dietro la lingua? Si è scritto che un poeta, per cambiare lingua, dovrebbe cambiare vita. Allo stesso modo come lettrice trovo che la vita palpiti nei cuori di Cordelia o di Lolita almeno come nei cuori di molte persone reali che conosco e che alcuni dei personaggi letterari, ripeto, riescano addirittura a darci preziose informazioni su noi stessi.

È il caso di Gregor Samsa, il commesso viaggiatore della metamorfosi kafkiana. Nonostante le apparenze, Gregor è uno dei personaggi più realistici che la letteratura ci abbia mai regalato, anche se un bel mattino si sveglia e si trova trasformato in un gigantesco insetto. Disteso sulla schiena dura come una corazza, Gregor osserva con terrore il suo ventre convesso, bruno, spartito da solchi arcuati, e si chiede cosa gli sia capitato. Ma non ci mette molto ad abituarsi al suo nuovo corpo e la nuova condizione “mostruosa” sembra quasi per lui ovvia e naturale: ne gode addirittura.

È stato Nabokov, grande esperto di farfalle, a notare che nel suo racconto Kafka ha descritto un coleottero (e non un Mistfaker, ovvero uno scarabeo stercorario, come lo chiama la domestica che alla fine lo spazza via: evidentemente né Gregor né Kafka lo avevano visto con molta chiarezza) e che dunque sotto le elitre ci dovevano essere delle piccole ali. Ecco. Il realismo di Gregor Samsa e il motivo per cui mi sta così antipatico stanno nel fatto che non si accorgerà mai di avere un paio di ali. E non è questo forse il destino di tanti uomini?

(Spunti da “L’invenzione dell’umano”, saggio su Shakespeare di Harold Bloom e le lezioni universitarie alla Cornell di Vladimir Nabokov, confluite nelle ormai introvabili, a meno che la Adelphi non ci faccia un pensierino, “Lezioni di letteratura”).

Pubblicato il 19/1/2008 alle 13.15 nella rubrica Spigolature quasi, non proprio, quotidiane.

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