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Primum scribere: scrittori o mestieranti?

 

Si aggira di questi tempi una bizzarra concezione che riguarda la nostra narrativa: secondo questa stravagante idea la scrittura non è più cosa importante. Voglio dire che il narratore (ma non tutti i narratori, per fortuna) tende oggi spesso a considerarla come uno strumento non degno di particolarissima attenzione. Insomma: non primario. Ma io ho una mente semplice e allora mi chiedo: se allo scrittore non interessa la scrittura, allora perché scrive? E se non si considera scrittore, ma semplicemente narratore, perché non narra le sue belle storie oralmente, ben sapendo che anche questa pratica richiede una abilità e delle risorse molto specifiche?

Tempo fa leggevo su un quotidiano alcune dichiarazioni di autore che mi sono sembrate quantomeno sorprendenti. Il celebre Antonio Scurati parlava della grande durata dell’opera di Tolstoj per sostenere che in narrativa non esisterebbe, dunque, un problema della lingua (trattandosi, appunto, di uno scrittore letto prevalentemente in traduzione).

Che dire, allora, dell’ascolto sempre importante se non decisivo di poeti come Baudelaire o Eliot in prevalenza letti e anche amatissimi proprio in traduzione? In prevalenza, dico. Ma questo dovrebbe voler dire che anche per loro la lingua è un elemento più o meno secondario? Io credo che, ripeto, la realtà sia abbastanza semplice.

Un grande, per quanto aggredito e violentato da traduttori anche mediocri, sprovveduti o persino infami, resiste comunque, e la sua opera “passa”, spesso in parte molto notevole. Lo stesso Scurati a proposito della scrittura aggiungeva che la medesima non avrebbe, in fondo, un valore essenziale, mentre ciò che più conta per il narratore sarebbe l’immaginario.

Molto interessante. Senonché, a mio avviso chiunque scriva è responsabile della propria scrittura, come lo è del suo stile, e delle sue forme: di quell’insieme complesso di elementi, insomma, che realizzano l’architettura di un’opera. Lapalissiano: in letteratura, come in ogni altra forma artistica, nessun dettaglio deve poter essere fungibile.

E poi, anche l’immaginario, come passa e come si comunica? Dovremmo forse provare a improvvisarci lettori del pensiero? Fruitori telepatici? Per non dire, poi, che così si riabilita in modo un po’ rudimentale una vecchia distinzione tra forma e contenuto.

Ma, appunto, noto che la qualità della scrittura sembra essere diventata un optional, così come una profonda cultura letteraria di riferimento, tanto che molti narratori confessano di aver letto poco e di aver lasciato i grandi classici a metà, causa fatica. E di riferirsi soprattutto a tv, libri gialli e neri et similia. Qualcuno, anche, si lamenta di essere snobbato o deriso per il fatto di scrivere storie sentimentali o thriller. Non è così, si critica semmai chi scrive male, e non si cura della lingua e della scrittura, come dovrebbe essere.

Pubblicato il 15/1/2008 alle 18.10 nella rubrica Spigolature quasi, non proprio, quotidiane.

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