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Morte di un giornalettista- Cap. 11, Who wants to live forever

Come passa il tempo. Specie se lo occupi piacevolmente. Eravamo ormai da più di un mese e mezzo, io e mia moglie in viaggio di nozze, su quell'imbarcazione. E stentavamo ancora a crederci. Nonché ad andarcene. Scherzando tra di noi a volte le citavo rammentandogliela la maledizione incantata dell' Hotel California degli Eagles. Uno di quei posti così magici e perfetti che non puoi fare a meno periodicamente all'inizio e spasmodicamente poi del desiderare di andartene. Subito. Al più presto. Prima di ieri. Eppure era tutto stupendo, la barca, i paesaggi, il nuotare felici, persino il fare l'amore a volte. Tutto era gratis e nessuno avrebbe potuto toccarci neanche volendo. Si poteva avere e soprattutto chiedere di tutto. Anche l'invidia nel febbricitante desiderio degli sguardi altrui. Senza pagare dazio. Perché eravamo ospiti, e l'ospitalità è sacra.
Quando vennero a pigliarmi i gendarmi con l'accusa di aver ucciso un tale, fu solo allora, leggendo la firma dell'altro teste a carico oltre mia moglie,  che seppi alla generosità ospitale di chi dovevo dedicare il racconto, il signor Panovsky.
Comunque. In qualche modo, almeno io, ero sceso.

Pubblicato il 11/7/2007 alle 11.52 nella rubrica Morte di un giornalettista.

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