.
Annunci online

ricchiuti


Articoli altrui


12 dicembre 2006

Un altro Cile è possibile

 

Il feroce generale che inventò il miracolo economico del Cile

• da Il Giornale del 11 dicembre 2006, pag. 11

di Alberto Pasolini Zanelli
Augusto Pinochet è vissuto a lungo, ma non abbastanza per farsi dimenticare. Veniva di lontano. Nato durante la Prima guerra mondiale, entrato nell'esercito nel 1932, nei giorni in cui Hitler e Roosevelt stavano per salire al potere, portatovi egli stesso nel 1973, all'apice della Guerra Fredda, quando erano di moda i colpi di Stato «dell'ordine», ritiratosi all'avvento del «disgelo» mondiale, ha fatto in tempo a compiere una lunga ritirata: da dittatore a capo dell'esercito, a senatore a vita, a inquisito, ad accusato, a messo agli arresti domiciliari. È finito, proprio negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, nei meccanismi di una giustizia che comunque non avrebbe potuto condannarlo, ma che non si sarebbe mai permessa di smettere di perseguirlo, una volta cominciato. Così la sua storia, che nel bene e nel male è
stata quella di un dittatore importante, di un riformatore assolutista e di un generale della Guerra Fredda, si è impigliata nelle maglie della cronaca giudiziaria. E così Pinochet, ex dittatore, ex presidente, ex senatore a vita, ex tutto ed ex uomo del nostro tempo, è stato ricatturato alla fine, e con lui il Cile, dal Mito planetario. In sostanza egli è morto troppo tardi. Se gli fosse capitato prima, di lui si sarebbe occupato un Cile pacificato e, invece dello stress dei rinvii a giudizio, degli interrogatori impossibili e dei test medici umilianti sullo stato della sua mente, avrebbe avuto un modesto funerale da ex. I politici della democrazia restaurata a Santiago avrebbero preferito così, ma non hanno potuto impedire che le cose andassero altrimenti. Gli ultimi anni di esistenza di un dittatore, ferocemente nazionalista e che dunque aveva guardato sempre all'interno, sono stati sconvolti da fumosi tribunali «internazionali» e dalla iperattività di un ambizioso giudice spagnolo e alla fine sono riusciti a prevalere sui governanti cileni; che per difendere la sovranità nazionale finirono per far proprio un procedimento che andava contro la loro volontà e la stessa Costituzione democratica. Il Mito planetario, insomma, è arrivato in tempo a mordere Pinochet e la sua patria quando l'uno e l'altra desideravano soprattutto il silenzio.

Invece hanno ributtato i cileni nelle memorie degli anni '70, allorché nel loro remoto Paese si combatté una delle battaglie della Guerra Fredda. Un socialista «rivoluzionario» arrivò al potere con elezioni democratiche e con le idee confuse. Salvador Allende fu preso nelle spire di un gioco più grande di lui. Divenne un simbolo. Da vivo sviluppò l'amicizia inutile e pericolosa con Fidel Castro, da morto fu invocato da Breznev per giustificare l'invasione dell'Afghanistan e preso a modello da Berlinguer come il motivo per cui in Italia bisognava attuare il «Compromesso storico». La realtà cilena era più modesta. Allende fu eletto, nel 1970, con poco più di un terzo dei voti, grazie alla divisione del suffragio moderato e al dispetto suicida che i democristiani vollero fare al candidato della destra. Lo issarono al potere e subito cominciarono a combatterlo, assieme agli interessi economici e con il fattivo incoraggiamento della Cia e dell'America tutta, inevitabile al colmo della Guerra Fredda. Un presidente della democrazia restaurata, Lagos, socialista come Allende, disse: «Nella distruzione della democrazia cilena negli anni '70 non ci sono innocenti. Mettemmo gli interessi del partito davanti a quelli del Paese, incoraggiammo i contadini ad occupare le terre, gli operai ad impadronirsi delle fabbriche, i soldati ad ammutinarsi». Il risultato fu il tracollo dell'economia e dell'ordine e il 22 agosto del '73 la Camera approvò, su iniziativa degli stessi democristiani, una risoluzione di denuncia degli «attentati allo stato di diritto e ai diritti umani compiuti sistematicamente dal governo marxista», dichiarava Allende «fuori della Costituzione» e faceva appello alle forze armate perché «ristabilissero la legalità».
 
I militari risposero venti giorni dopo. Avevano un nuovo capo, Augusto Pinochet, che era succeduto a un simpatizzante della sinistra e che «obbedì» con brutale energia. Carri armati ed aerei assaltarono il Palazzo presidenziale. Allende si uccise infilandosi in bocca un mitra che gli aveva regalato Castro e contro la sinistra si scatenò la repressione. Dura, sanguinosa, rapida: un blitz che fece un migliaio di vittime. Uno dei suoi tanti episodi fu la «Carovana della morte», il “viaggio” di un commando dell'esercito attraverso il Paese alla ricerca di oppositori giudicati pericolosi; che vennero rapiti e poi «eliminati». Una vicenda che è tornata fuori 30 anni dopo ed è stata alla base di tutte le iniziative legali contro Pinochet. Per il golpe in sé, per la repressione, per la dittatura esercitata per quasi tre lustri egli non poteva infatti essere processato: era coperto, assieme ai suoi collaboratori, da una amnistia che si chiamò «Riconciliazione nazionale» e che era parte integrante del baratto con cui il dittatore acconsentì a ritirarsi dal potere consentendo la restaurazione democratica, ma mantenendosi in mano dei pegni: il comando dell'esercito finché lo avesse voluto, la poltrona di senatore a vita successivamente, e, soprattutto, l'impunità. La ottenne non solo nell'interesse della pacificazione, ma anche perché i governi democratici fecero propri quasi tutti i programmi economici di Pinochet, che erano stati alla base del «miracolo cileno» che fece del Paese il numero uno dell'America Latina all'insegna del liberismo integrale. Non fu Pinochet a scrivere quelle leggi. Egli riconobbe subito la propria incompetenza in queste faccende, ma ebbe l'umiltà e il buonsenso di appaltare la riforma ad altri: ai giovani economisti cileni che avevano
studiato all'università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman. Ll dittatore diede loro carta bianca e gli offrì un'occasione unica per i loro esperimenti. Contro tutte le tradizioni dell'America Latina, il Cile sì «aprì» alla circolazione quasi incontrollata dei capitali stranieri. La previdenza sociale e il sistema pensionistico furono radicalmente privatizzati. Un Paese costretto a dimenticarsi della politica e che la dittatura preservava dai due maggiori ostacoli a una riforma all'insegna dell'austerity: i sindacati, cioè gli scioperi, e le elezioni, in cui i partiti inevitabilmente fanno promesse. Legato al tavolo operatorio e anestetizzato, il Cile guarì, sia pure con i costi umani inimmnaginabili. Era stabile quando passò, molto gradualmente,
negli anni '90, dalla dittatura alla democrazia.
 
Pinochet non aveva in mano solo le armi per imporre le sue condizioni nel compromesso: contava anche sui favori di quasi metà dei cileni e addirittura della maggioranza delle cilene, che non avevano dimenticato il caos, la miseria, le code davanti ai negozi vuoti che avevano contrassegnato gli anni di Allende e le avevano spinte in piazza nelle famose «marce delle pentole vuote» su cui scandivano slogan con risonanti cucchiai. L'accordo non fu dunque così arduo come si può pensare oggi e tanto meno fu un'eccezione: transizioni con amnistia si ebbero in quasi tutti i Paesi che uscivano dalle dittature perché erano il migliore incentivo ai dittatori per cedere il potere senza timori. Accadde con i militari dell'America Latina e' più tardi,
con i regimi comunisti dell'Europa orientale. Ma in alcuni Paesi i patti stipulati si sono mostrati troppo dillicili da osservare. Il Cile si è dovuto acconciare a permettere una serie di procedimenti contro Pinochet soprattutto per «salvare la faccia» all'estero. Non so quale rispetto Augusto Pinochet ebbe durante i lunghi anni di potere assoluto delle leggi e dei giudici.

Di certo che il vegliardo che ebbe a che fare con loro negli ultimissimi anni non li capì. Non avrebbe potuto anche se il suo cervello non fosse stato «attutito» dall'età.




permalink | inviato da il 12/12/2006 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


12 dicembre 2006

La retorica della Mariuccia ? No, della Marietta

Purtroppo, è vero. Nostra moglie è fuggita con la cameriera


• da Il Foglio del 11 dicembre 2006, pag. 1


Irrompe nelle discussioni un po' grigie sul disfacimento della famiglia tradizionale, cioè della famiglia, un manifesto 6X3 affis­so nell'Upper Dean Street, a Birmingham, Gran Bretagna. C'è scritto: «Siete le perso­ne più spregevoli che io conosca, le più di­soneste che io abbia mai incontrato. So quello che avete fatto e sono disgustata. Caro Mark, ho cambiato le serrature, dato fuoco ai tuoi vestiti e, soprattutto, ho svuo­tato i conti cointestati per pagare questo po­ster». Una donna tradita dal marito, Mark, che se la fa con la sua migliore amica, deci­de di socializzare le corna via e-mail, rag­giunge una stazione radio, chiede consiglio ai conduttori e si risolve al gran gesto di scrivere sui muri il suo disprezzo per l'adulterio. «Non è un gioco - spiega - ma solo il modo per restituire quanto dovevo al ba­stardo a cui avevo dedicato la maggior par­te della mia vita adulta». Molto precisa, co­me formulazione.

 

Da quando si uniscono, uomini e donne si tradiscono. Non sempre, spesso. Ma non se ne sono mai compiaciuti legalmente fino a quando inventarono il divorzio rapido e seriale, la consacrazione del diritto all'a­dulterio. Non il ripudio antico, veterotesta­mentario o di diritto romano o coranico, che era un modo per sancire l'appartenen­za giuridica della femmina al maschio, un atto di autorità privo di compiacimento e di indulgenza, ma per l'appunto il divorzio moderno: il matrimonio è un contratto, un pacs tra liberi contraenti, e possiamo scioglierlo serenamente quando vogliamo, sti­pulando certe condizioni che il diritto re­cepisce nel codice matrimoniale. Nel caso degli accordi prematrimoniali tra persone di un certo peso economico e sociale, poi, come nota Roger Scruton si tratta di un matrimonio inteso come semplice preparazio­ne al divorzio.

 

Il cristianesimo, anzi Cristo Gesù in pri­ma persona, aveva fatto un'altra scelta. Con la sacramentalizzazione del matrimonio, che l'uomo non può sciogliere perché con­tratto in nome di Dio e unto dal Signore, ci si è allontanati dalla diseguaglianza strut­turale tra uomo e donna, tipica del ripudio asimmetrico, e dalla definizione clanica o tribale della società. La retorica familiare e familista dei cattolici, di cui il mondo se­colarizzato ha una grande ansia di emanci­parsi, nasce da quell'impulso di liberazio­ne dai gioghi sociali più arretrati, se posso usare un termine così perfettamente corretto. È stato a suo modo un progressus, vo­gliamo ammetterlo? Poi è arrivata l'idea grottesca, ma ideologicamente irrecusabile al tempo nostro, che due si sposano e poi di­vorziano, si risposano e ridivorziano, si ri­sposano ancora e ridivorziano ancora in una giocosa girandola di diritti che negano diritti, doveri che si negano da soli, destini che si rinnegano per intrecciarsi con altri, nuovi destini rinnegabili.

 

H divorzio complicato e lungo segnalava una certa aura d'eccezione, ma quello breve zapateriano, tre mesi e via, fa capire bene il senso dell'impresa divorzista: la fine del matrimonio in ogni sua forma autolegittimante e di radice cristiana, come unione per amar­si e procreare e educare figli e santificare anche laicamente l'istituzione sociale della famiglia, e la sua sostituzione con un più li­berale, individualistico, kantiano diritto provvisorio all'uso degli organi sessuali del partner (commercio sessuale era proprio la formula del filosofo di Konigsberg nella sua Metafisica dei costumi).

 

Dunque alla radice di tutto questo discu­tere della famiglia allargata e sconfinata anche in relazione alla diversità di genere, per esempio la famiglia di Mary Cheney e Heather Poe e del bambino in arrivo per la coppia lesbica più famosa del mondo («Sono molto felice per loro», ha detto l'al­tro uomo più cattivo del mondo dopo Dick Cheney, George Bush), sta l'adulterio legalizzato. E' chiaramente un insensato chi pensi che la famiglia è l'unione stabile una volta per tutte tra un uomo e una donna, possibilmente con generazione ed educa­zione di figli, e che l'eccezione a questo schema debba essere compresa con amore, regolarizzata nella tutela dei diversi inte­ressi in gioco, ma considerata istituzional­mente un fallimento dell'ipotesi maggiore, un fallimento al quale possa seguire una vi­ta felice e socialmente riconosciuta, anche nei diritti conseguenti a diversi legami af­fettivi, che però non intacchi l'originalità e unicità della formula di rito matrimoniale classica. Io sono un insensato.

 

Anche il compianto professor Amintore Fanfani, quella figura buffa di democristia­no dalla lingua aretina puntuta, quel per­dente per antonomasia della battaglia della modernità italiana, era un insensato. Però era anche un mago. E quando io facevo cam­pagna per il divorzio, con la coscienza in di­screto subbuglio visto il mio conservatorismo morale di antica data e la mia strana logica per cui se uno pensa al divorzio è meglio che non si sposi, e liberi tutti di convivere come si voglia, Fanfani invece comiziava da stra­buzzare gli occhi e le orecchie degli astanti, e stampava sui manifesti questa frase: «Se ar­riva il divorzio, vostra moglie fuggirà con la cameriera». Quanto abbiamo riso di quella formula pazzotica, e quanto era in effetti ri­dicola nel suo intimidatorio realismo predittivo
 
Giuliano Ferrara






permalink | inviato da il 12/12/2006 alle 8:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     ottobre        febbraio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Versi infamanti
Archivio
Articoli altrui
Posta
Pruderie
Sto leggendo
Heroes & villains
Anteprime
Liala
Andrea's version collection
Caro Diario
Scandal ?
Politicamente corretto
Diario Bertinotti
Cultura moderna
Operazione simpatìa
La Voce della Fogna-Rubrica di decomposizione
Vado a letto dopo Ricchiuti -rubrica di non affiliazione
Markette acchiappa click
L'ultima raffica
Dicono di lui
Appuntamento col sentimento
Dalla parte della Reazione
The Adolf Hitler dance
Spigolature quasi, non proprio, quotidiane
Morte di un giornalettista
Isn't she lovely ? Parlatene di Uic purchè ne parliate
George & Mildred
Et in arcadia ego
Dimostrazioni
L' immoralista

VAI A VEDERE

La Santa Sede
Anno Paolino-indulgenze plenarie
Radio Vaticana
Langone
Il Foglio
Lemonsound
Mario Adinolfi (La Montagna Disincantata )
Dacia Valent nuovo che avanza
Miguel Martinez
TopG, la satira del rubare le caramelle a un bambino, il divert.autentico che non dovrebbe piacerci
Msn-Gruppi
Edicola
GIORNALETTISMO
Makìa
Ciclofrenia-ricordati di leggerlo perché è bravo
Luigi Castaldi, non possiamo non dirci











CERCA