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ricchiuti


Isn't she lovely ? Parlatene di Uic purchè ne parliate


28 luglio 2007

Credetemi, i karaoke di Como non devon differire poi così tanto




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26 luglio 2007

La tela di Uicotta




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25 luglio 2007

UICHELIN- MAI PIU' PIATTE



MAI PIU' GOMME PIATTE- CAMBIARE GOMME E' SEMPRE PERICOLOSO


...
6) scendo dal marciapiede e mi accorgo che qualcosa non va. E infatti ho una gomma a terra. Ora: non vi pare che avrebbero dovuto saltarmi i nervi? Invece no: accosto e telefono a lei, che sta vagando per l'Umbria e le spiego che ho una gomma a terra. Lei un po' ride con me e poi dice: dai, cambia la gomma. Oppure chiama qualcuno. E io penso che non so dovemminchia sono e che la vodafon non mi ha ancora ricaricato il telefono.
Litigo col cric per un tot (avete mai visto una bionda in tailleur e tacchi di notte alle prese con un cric? guardate che è un'esperienza da vedere, prima di morire).
Lei mi dice: allenta i bulloni.
Ma quanto sono duri quei fottuti bulloni?
Mi rompo un'unghia e mi ungo totalmente di sostanze sicuramente nocive alla pelle.
Finché passa uno...
7) Eccolo:
- Hai bisogno di una mano?
- Eh, sì, grazie...
- Però poi mi accompagni alla prima fermata della Metro?
- Va bene. Ma non sei pericoloso, vero?
(Mi guarda. Lo guardo e dico: questo con questa faccia non può lombrosianamente essere pericoloso. Davvero: ha la faccia da...)
- Sono un tecnico informatico, lavoro a Padova, sono di Venezia ma ora sono qui in trasferta.
7) Mi cambia la gomma, decido di non abbandonare il cerchio in lega lì dove sono che non so dove sia, lo carico in macchina, mi devasto i pantaloni e il sottogiacca e faccio salire quello che è sì il mio salvatore, ma che rimane anche tutto il resto. Tra cui un estraneo nella notte)
8) Mi sparo con il suddetto tuuuuuutta la tangenziale ovest perché non poteva stare chessò a San Siro, no: doveva stare a Famagosta...
E intanto mi accorgo che porcadunatroiaporca mi manca la mia borsa di tela di Arezzo wave che stava sul sedile. E dentro, merda, c'erano un paio di tacchi neri e porcadunatroiaporchissima la mia trousse da viaggio. Con dentro il contornoocchiantirughe di Dior che è la cosa più costosa comprata nell'ultimo mese.
10) Io intanto continuo a ripermi che non può umanamente succedermi nient'altro.
9) Arrivo a Famagosta e al semaforo il suddetto mi dice:
- Ah, siamo arrivati: quello è il mio albergo.
- Bene, grazie di tutto, allora. Ti conviene scendere ora che il semaforo è rosso...
(Non è per cattiveria che non mi sono accostata: ci siamo orientati alla fine, quando l'albergo e la sua insegna verde ci sparavano davanti. Lui è titubante. Troppo titubante)
- Senti ma non ti conviene dormire qui stanotte così domattina sei già a Milano?
- .............................................
- Allora che ne dici, rimani a dormire qui?
- Uh, scusa... stanno suonando quelli dietro. Grazie e ciao...
- Dai ma almeno chiamami, ti lascio il mio numero....
(Prendo questo fottuto numero mentre quelli in fila dietro stanno per scendere con le spranghe)
- Come ti chiami?
- Silvano.
Eccola l'illuminazione: avete presente Silvano di Camera cafè, quello sfigato??? Ecco: identico.
Gli apro la portiera e sgommo per quanto si possa sgommare con una ruota di scorta.
10) torno a casa guidando a 70 all'ora per una strada che di solito faccio a più del doppio e finalmente arrivo tra le mura amiche di casa mia.


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24 luglio 2007

Niente di più facile che organizzare un Uic-raduno a sorpresa, let's play


NIENTE DI PIU' FACILE CHE INCONTRARE UIC (A NOI DICK JINXED CI FA UN BAFFO)
QUI SI ORGANIZZANO E VENDONO SIA SORPRESE CHE RADUNI
 
Il secondo è capire se i miei scatti ormonali estivi trasmigrano magicamente dal mio blog all'umanità, che qui si sta superando la massa critica. E comunque una soluzione ci sarebbe: al posto di organizzare un Mesca potrei organizzare un Uic-raduno, allertare tutti i commentatori che bramano la mia conoscenza e riunirli in uno stesso luogo. (Dovrei sentire per San Siro... ).

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23 luglio 2007

THE BLEAH UIC PROGIECT- cap. 13 ( The Final Chapter)- A mezzodì le streghe appaiono si, ma, a differenza della mezza notte, si disvelano anche



DICK JINXED




THE BLEAH UIC PROGIECT

© 2007 "Il fantastico mondo di Uic" Edizioni – Tutti i diritti riservati

Ogni riferimento a fatti, persone e luoghi realmente esistenti è puramente casuale.

Ogni riferimento a fatti, personaggi e luoghi solo virtuali potrebbe non esserlo.




CAPITOLO 13
Ogni Cosa è Illuminata.


Qualunque sia l’evolversi di una storia d’amore, anche quelle che col senno di poi vorremmo non aver mai vissuto – ma sono proprio gli errori che ci fanno crescere e migliorare, giacché chi non sbaglia mai non impara alcunché – c’è un momento in ciascuna di esse in cui riusciamo a lambire la felicità piena come raramente ci potrà accadere in seguito: è il momento dei preparativi al primo vero appuntamento con l’amata.
I gesti quotidiani assumono un sapore e un significato particolare: così la comunissima doccia diventa un bagno purificatore nel Gange, mettersi la camicia preferita un rito orientale di vestizione, allacciarsi le scarpe la bardatura cerimoniale di un cavallo da parata e via dicendo.
Ed è in quel preciso stato di estasi che mi trovavo quel mattino.
Mi svegliai molto presto perché di strada da fare ne avevo parecchia; pertanto, non sentendomi affatto un emulo della Limosa lapponica (o Pittima Minore), capace di volare ininterrottamente per diecimila chilometri, prenotai anche una camera d’albergo per non fare andata e ritorno tutti d’un fiato.
La prenotai matrimoniale perché – oggi sorrido a ripensarci – un incontro alla "Il postino suona sempre due volte" rientrava tra i titoli presenti nella sconfinata cineteca di film verosimili o viceversa fantascientifici che, immaginando il nostro incontro, come un fecondo regista avevo girato in quel teatro di posa che è la mia fantasia.
Rispetto ad un primo appuntamento classico questo era però un po’ particolare: lei non era la compagna di scuola, la collega di lavoro, la cugina dell’amica o comunque una persona che avevo conosciuto "realmente"; noi ci saremmo visti per la prima volta quella sera.
Nonostante la sua riconosciuta affabilità e gentilezza, temevo di deluderla profondamente.
Ed aver letto – "Comunque E. era entrato e io mi ero innamorata. Ma subito. E' che io o m’innamoro così o non m'innamoro più." – non contribuiva certo a mitigare l’ansia che, prima ancora che la sveglia, mi aveva tirato giù dal letto di così buon ora.
Avevo quell’occasione e quella soltanto.
Ripassai mentalmente, come se stessi preparando la valigia e volessi esser certo di non aver dimenticato nulla, la sua "piccola guida all’uomo da evitare accuratamente":
1) gli infelici a tutti costi;

2) gli sboroni denigranti autocentrati;
3) gli stakanovisti estremi;
4) i maniaci della crisi;
5) gli accomodati;
6) gli ossessivi del lo-sai-che;
7) i disfattisti generalisti;
8) gli ossessivi del faidate;
9) i gelosi del tuo passato;
10) i competenti tra i fornelli;
11) i cercoguaisti;
12) i misteriosi oh come sono tenebroso io come sono tenebroso non lo puoi sapere;
13) i politicizzati


Supplicai ancora una volta il buon Dio di non avermi creato ad immagine e somiglianza di una delle suddette categorie; anche se, provando a fare la lista esattamente uguale e contraria, cioè "l’uomo da ricercarsi accanitamente", pensai che quello che ne sarebbe venuto fuori non fosse tanto il ritratto dell’uomo ideale, ma di un’ameba; poiché tutti, uomini e donne indistintamente, rientriamo talvolta in una delle suddette categorie o nelle altre mille che la fantasia facente di tutta l’erba un fascio possa partorire – e questo, nel bene e nel male, fa di noi delle persone vive e non dei bambolotti cui basti tirare un cordino per sentirsi recitare una poesia di Neruda.
Ed in ogni caso, se anche fossi malauguratamente rientrato, magari solo marginalmente, in una di quelle aborrite categorie – a questo mi servì il ripasso mentale – avrei fatto in modo di non palesarlo davanti a lei, convinto che per amore suo sarei comunque presto migliorato.
Cercai di fare tabula rasa anche di tutti gli aneddoti divertenti della mia vita, molti dei quali hanno a che fare con il bird watching naturalmente.
Con lei avrei dovuto essere affascinante ma non divertente e, come sempre, ringraziai il suo blog che provvidenzialmente mi invitava a non fare madornali errori di corteggiamento:
"Stamattina mi sono svegliata con la voglia di svelare al genere maschile una grande, enorme verità che li illuminerà, cambierà il corso della loro esistenza, del loro agire, emozionarsi, soffrire, vivere, insomma. Oh, mica una robetta qualunque, vi svelo una verità importante, tra le pochissime che mi sono costruita in 27 anni di (onorata) carriera femminile. E se anche qualche donna dirà che non è vero, che lei è diversa, state all'erta: non ingannatevi. Ci sarà anche un 3% della popolazione femminile mondiale che non la pensa esattamente come me, non ne dubito. Sappiate che però è una percentuale bassina e la probabilità che siate proprio voi ad incontrare questo 3% è scarsa e risicata. Le donne talvolta sanno essere ciniche e crudeli, e ancor più spesso - forse - sanno autoconvincersi e poi di conseguenza convincere voi.
Ma voi siate intellettualmente onesti, vi raccomando.
La verità è che quando una donna dice che in un uomo cerca l'ironia, mente.
La storiella di Roger Rabbit è una stronzata.
"


Definire un personaggio d’animazione, capace di tutte quelle cose impossibili e pertanto divertenti, un esempio di ironia maschile mi sembrò paragone alquanto forzato; ma avevo capito finalmente il senso compiuto di quel suo così ricorrente "E poi, in ultima analisi, perché io sono davvero l'autoironia fatta donna": lei era autoironica e pertanto produceva da sé tutta l’ironia di cui eventualmente abbisognasse così come il forno autopulente si pulisce, appunto, da sé.
Tirai un bel respiro profondo, degno di un saltatore con l’asta nell’atto di prendere la rincorsa, e mi misi in viaggio.
A metà percorso mi fermai in un’area di servizio per il pranzo.
Ma non riuscii a mangiare alcunché: guardavo e riguardavo quel Camogli e quella Focaccina Mediterranea nella vetrina finché, preso da un piccolo moto di panico, decisi di non prenderli perché temevo che gli effetti combinati di qualche non proprio genuino condimento e della tensione che stavo accumulando come solo una batteria d’auto potrebbe fare, mi avrebbero potuto giocare un qualche scherzo intestinale proprio nel momento meno indicato; una situazione davvero imbarazzante l’essere per la prima volta al cospetto della donna della tua vita e dover correre al bagno.
Non mi fidai nemmeno del caffè, che talvolta produce improvvise coliche; limitatomi ad una minerale, rigorosamente "fuori dal frigo", ripresi il lungo viaggio.
Essendo partito con largo anticipo – un incidente lungo l’autostrada mi avrebbe fatto imperdonabilmente ritardare – arrivai al locale, scelto per "un aperitivo di primo contatto", molto prima di lei.
Mi sedetti in un tavolino d’angolo del dehors, assunsi l’aria più disinvolta di cui fossi capace e ordinai una birra per ammazzare il tempo e, sperai, innalzare il tasso alcolico nel sangue di quel tanto che fosse bastato a rendermi più disinibito ma non completamente sbronzo – ebbro lo ero già, ma d’amore.
Era un tardo pomeriggio primaverile piuttosto tiepido ma non osai togliere la giacca; sentivo il sudore, causato dalla tensione e non dal calore ambientale, stillare inarrestabile sotto le ascelle e cercai con quello stratagemma di nascondere uno spiacevole effetto gilet in cui le chiazze di sudore stavano trasformando la mia camicia.
Per un corollario del principio dei vasi comunicanti i liquidi che andavano ad accumularsi sotto le braccia parvero provenire tutti dalla bocca, che invece si stava prosciugando a livelli preoccupanti.
Ordinai pertanto una seconda birra – una era davvero poco per placare sete e timidezza insieme – e diedi per l’ennesima volta un’occhiata all’orologio, solo per scoprire che erano passati circa due minuti dall’ultima volta che l’avevo fatto.
In quel momento sentii alle mie spalle, forte e distinto, l’incedere cadenzato di tacchi femminili sul marciapiede.
Immaginai subito che fosse lei: le sue vivide descrizioni del proprio armonioso incedere su tacchi otto, ma anche dieci e, in un crescendo wagneriano, financo dodici – "Mi dirigo stacchettando in via Vitruvio" – erano rimaste scolpite nella mia fantasia, per nulla feticista oltretutto, come poche altre pagine di letteratura.
Indeciso tra voltarmi con fare indifferente e voltarmi con un sorriso radioso di benvenuta, finii per rimanere completamente paralizzato in quella posizione: la testa un po’ china e lo sguardo dritto davanti a me.
I passi si avvicinavano e a quel punto decisi di aspettare che lei, solcando il marciapiede che divideva il locale dal dehors come la passerella di una sfilata di moda, fosse entrata nel mio campo visivo per accennare un qualche, probabilmente goffo, cenno di riconoscimento.
Avendo lo sguardo piuttosto basso, in quegli interminabili secondi che vivevo come una scena alla moviola, la prima cosa che vidi di lei furono proprio le scarpe: belle.
Erano delle belle scarpe col tacco ma, non essendo un geometra, non saprei dire se erano da otto, da dieci o da dodici.
Poi, nei fotogrammi successivi, vidi i polpacci, affusolati e piuttosto scattanti; le gambe, ben tornite anche se leggermente, ma solo leggermente, storte; i glutei, alti e sodi; la schiena, dritta e flessuosa al contempo; ed infine la nuca: era una bruna. Una bella, a giudicare dalla visione "a posteriori", bruna.
Ma non era lei.
Fosse stata una donna qualunque avrei potuto ipotizzare, magari solo per un istante, che fosse lei ma che avesse cambiato colore ai capelli; ma non lei, lei non avrebbe mai rinunciato per nulla al mondo al suo biondo naturale.
Poiché mettere insieme "l’essere bionda", "una vita affettiva appagante", "tante buone amicizie" e "una famiglia sana e premurosa" poteva solo significare che per lei fossero cose assolutamente sullo stesso piano: "Che se sei bionda, hai una vita affettiva appagante, un tot di amici che sono amici, se poi hai anche una famiglia che non ti fa sentire Oliver Twist al femminile...".
Così quella bruna qualunque, inconsapevole del dramma emotivo che si stava svolgendo in quel dehors, proseguì sul suo cammino.
Si dice che nell’istante in cui si esali l’ultimo respiro, ma nessuno lo ha ancora dimostrato, ti scorra davanti agli occhi tutta la tua vita a velocità vertiginosa.
La tensione che avevo accumulato in quei brevissimi istanti da quando avevo udito i primi rintocchi dello sconosciuto staccheggiare e la scoperta che la mia ansia non avrebbe trovato ancora requie, aveva innalzato l’adrenalina a livelli da paracadutismo notturno in zona di guerra.
Mi passarono davanti agli occhi due anni interi di studio del suo blog e tutte le cose da lei scritte, nelle righe e tra le righe; tutte le cose che avevo letto e quelle che avevo solo immaginato.
E in quel momento ripensai al Natale di quando ero bambino.
Esistono, fondamentalmente, due tipi di regalo: la sorpresa e il regalo annunciato.
Uno non è da meno dell’altro ed entrambi, al momento del cerimoniale scartamento sotto l’albero, possono dare la felicità; ma guai al genitore che ne sottovaluti l’assoluta diversità.
Ai bambini solitamente si fanno regali annunciati; è una prassi piuttosto comune tesa a soddisfare quell’incontenibile desiderio "da vetrina" che il bambino manifesta con largo anticipo rispetto al Natale stesso.
Al limite si può mascherare da sorpresa il regalo annunciato, ma deve rimanere un segreto di pulcinella.
Se il bambino ha sfiancato i suoi genitori per mesi decantandogli le doti stradali di quella fuoriserie in miniatura rossa; se gli ha portati – meglio: trascinati – davanti alla vetrina per essere sicuro che capissero bene di quale automobilina stava vaneggiando; se alla fatidica domanda – "me la compri?" – i suoi genitori hanno più volte risposto - "a Natale"... se sono successe tutte queste cose allora la mattina di Natale, sotto l’albero, al momento dell’apertura del pacco, dovrà apparire quell’automobilina rossa.
Se invece apparirà un trenino elettrico, fosse anche il trenino elettrico più bello del mondo e di valore incommensurabile rispetto a quella stupida automobilina rossa, ci sarà sicuramente un sorriso di circostanza; ma nel segreto della sua cameretta e del suo cuore, quel bambino avrà vissuto un giorno di profonda infelicità.
I regali a sorpresa sono più facili, decisamente: possono piacere o non piacere ma non sono promesse non mantenute.
E le promesse andrebbero fatte solo e soltanto se si è sicuri, ma proprio sicuri, di mantenerle.
Come una defibrillazione per un infartuato, quella riflessione sui regali di Natale mi riportò in vita; moderno Lazzaro uscito dal sepolcro delle pene amorose.
Io e lei eravamo, reciprocamente l’uno per l’altra, due regali da scartare sotto l’albero, quello era il significato profondo di quel tanto agognato incontro al buio.
Io ero per lei un regalo a sorpresa; avendo lei di me quelle pochissime nozioni sufficienti a stimolarne almeno la curiosità di scartarlo, quel regalo.
Una volta scartatomi, lei avrebbe dichiarato, più o meno manifestamente, il proprio apprezzamento o meno; se non le fosse piaciuto, mi rincuorai, pazienza. Non tutti possono piacere a tutti.
Ma lei per me non era un regalo a sorpresa, ma un regalo annunciato, eccome.
Ero sicuro di ciò che avevo letto per tutto quel tempo, di ciò che aveva detto a me e al mondo intero. Ed era quello che mi aspettavo di trovare dentro al mio regalo.
Tra me e lei, se c’era qualcuno che avesse dovuto provare ansia – a meno che non fosse, quell’incontro, uno stupido gioco adolescenziale – era lei.
Immerso in questi pensieri non mi ero accorto che i minuti, che prima procedevano lenti come il battito d’ali del Diomedea exulans (o Albatro urlatore), ora erano passati veloci come quello del Colibri coruscan (o Colibrì).
Alzai lo sguardo dal boccale di birra e... lei era lì.
Seduta quasi all’angolo opposto del dehors, si guardava intorno con aria indagatrice ma, poiché un gruppo di turisti tedeschi mi occultava alla vista di lei, non mi aveva notato; ed in ogni caso aveva pochissimi indizi per riconoscermi fisicamente, pertanto si aspettava certamente che fossi io, se non altro per galanteria, a farmi avanti.
"E’ davvero lei quella bionda seduta lì?" continuavo a chiedermi.
Non ne ero certo.
"Bionda, è bionda."
E, sebbene io abbia sempre notato molto poco le somiglianze tra figli e genitori, la somiglianza con la ragazzina rappresentata nella foto a colori del suo blog era indiscutibile.
Persino il taglio di capelli, così come lo ricordo oggi, mi sembrò lo stesso della foto.
Cercavo di studiarla, consapevole che ero davanti ad una persona in carne ed ossa e non ad un monitor, senza insistere troppo, per non farle "sentire" il mio sguardo su di lei.
Ne studiavo le movenze alla ricerca di similitudini con quanto avevo letto.
Non ne trovai.
Si muoveva con fare un po’ meccanicamente affettato, non certo con quella naturale gestualità femminile che avrebbe stregato tutti gli uomini del locale.
"Quella non è Uic."
Era una ragazzotta normale, di un biondo normale, con un viso normale, un seno abbastanza normale, due mani curate ma normali; i tacchi, da dove ero io, non li potevo vedere.
"Uic è tutta un’altra cosa: l’antitesi della normalità. Lo scrive lei stessa ogni giorno."
"No – pensai – non è lei. Non può essere Uic quella lì. Quella non è la Uic che ho letto e immaginato per mesi. Per quella lì non si voltano tutti gli uomini del mondo, e infatti qui non si sta voltando proprio nessuno. Non sarà venuta. Magari ha trovato di molto meglio da fare, stasera. Altro che aperitivo e cena con me! Quella non è Uic, è una qualunque che sta aspettando qualcun altro, non me."
In un altro giorno, in un altro posto, con un’altra persona ed in un’altra situazione mi sarei alzato dal tavolo e sarei andato a presentarmi da lei, almeno per togliermi ogni dubbio.
Ma quella sera non me la sentii.
Lasciai il locale, sereno e scosso allo stesso tempo, con fare indaffarato come se avessi un appuntamento da qualche altra parte.
Me ne tornai velocemente in albergo e, mi era passata pure la fame, mi sdraiai sul letto a riflettere.
Un po’ mi pentii di non essermi tolto il dubbio: se quella bionda fosse stata davvero lei, allora mi ero comportato da vero maleducato.
E se non fosse stata lei, allora avrei dovuto capire le ragioni di quel mancato appuntamento e fissarne un altro.
Ero piuttosto triste.
Poi, come un gaio pulcino che rompa il duro e triste guscio, piano, piano, dapprima solo un forellino, poi con una rottura esponenzialmente crescente, un moto di incontenibile ilarità irruppe in quella solitaria e silenziosa stanza d’albergo.
"Che sciocco che sono stato! Uic è come Babbo Natale! Uic non esiste! Non puoi conoscere realmente una persona che non esiste. E pensare che i miei genitori me l’avevano sempre detto, che Babbo Natale non esiste!"
Risi a lungo quella sera; di quel riso spontaneo e liberatorio che forse riserviamo solo a noi stessi, alla nostra intimità, un riso affatto diverso da quello che condividiamo con gli amici.
Il giorno dopo mi svegliai, feci un’abbondante colazione e intrapresi il lungo viaggio di ritorno.
Arrivato a casa feci l’unica cosa che mi restava da fare: spegnere il computer.
Click.


 




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22 luglio 2007

Baudelaire ha sei milioni di siti dedicati- The Bleah Uic Progiect, domani non perdetevi il Capitolo Finale

Baudelaire amava comporre i suoi migliori strali contro il Belgio

 




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21 luglio 2007

Il Frittellaro-la vera storia (lunedì 23, The Bup-capitolo finale)



Comunque andiamo in vacanza insieme in Grecia. Una sera ci spostiamo a Poros, un'isoletta lì davanti tutta locali e vita e ci fermiamo a mangiare qualcosa in un bar e io noto subito (ma che occhio ho?!) un cameriere (d’estate mi passa il classismo) molto molto carino. Che viene subito a parlarci in un inglese non brillante (il mio è terribile) e dopo aver fatto un minimo di conversazione ci dice: «più tardi un mio amico fa una festa, vi va di venire? Finisco di lavorare e andiamo». Vedi che poi io quando sono obnubilata combino sempre qualche casino? Insomma andiamo a fare un lungo giro e poi ci ritroviamo nel locale. Il cameriere ha finito, si leva il grembiulino e ci dice di aspettare il suo amico. L’amico è il frittellaro del bar. Dio mio, il frittellaro. E non è classismo. Capello lungo nero con stempiatura sulla fronte visto che aveva 40 anni, e noi 22, una razza d’oro sul petto villoso che si apre sulla camicia coi lustrini. Stivali ad agosto con 50 gradi ai piedi. Io ho un calo di pressione considerevole e guardo V. Saliamo sulla macchina e ci saliamo perché il giovine sembrava normodotato intellettualmente e perché avremmo disperso l’Unto dalle frittelle alla festa. Ci fermiamo sotto un condominio nuovo e l’Unto ci informa che dobbiamo aspettare un attimo. Poi saliamo per le scale e io inizia a dire a V. «Ma ti pare che qui possa esserci una festa? Cosa fanno, il gioco del silenzio?». E infatti la festa non c’era. Entriamo in una stanza che è una cucina piccola piccola e io penso: «Ma che gusti di merda, come si fanno ad appendere tutte ste stronzate?» che significava calendari e stampe del kamasutra e un paio di fruste. Nell’unica altra stanza in cui ci fanno gentilmente accomodare c’è solo un enorme letto a quattro piazze. Con specchio inclinato sopra.

Ora, siamo uscite entrambe vive da questa stanza, entrambe con i nostri vestiti addosso, entrambe tirando delle madonne alla nostra ingenuità, entrambe pensando: basta, la smetto coi capelli biondi. Ci siamo salvate con una estenuante trattativa. Tipo: «No, veramente (e qualche scusa)» e lui «ah, va bene, tranquille» e si spogliava. Siamo andate avanti così senza incrociare i nostri occhi, ché se l'avessimo fatto ci saremmo spaventate ancor di più, mentre così sembrava quasi un gioco, per un paio d'ore. E loro poi son stati così gentili da riaccompagnarci al porto. La favola insegna che…



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19 luglio 2007

Uichy-La bellezza sta tutta nelle mani




Uichy- Libidinose (da pronunciarsi alla francese: libidinous) Mani

Lui: caspita ma quella è la tua mano??? Accidenti: è curatissima, complimenti.

Al che capisco che su skype cercano di rimorchiarti, a caso, come in altri ambiti. Vabbé.

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18 luglio 2007

Attenti alla compa- Lunedi 23/07/07, The Bup, capitolo finale

2007-07-16 21:07
RISCHIO ANSIA SE CI SI LAMENTA TROPPO CON AMICHE
ROMA - Parlare, per ore e ore, al telefono, a scuola, giorno e notte, con l'amica del cuore: un copione comune a molte adolescenti, ma che potrebbe avere, a sorpresa, pesanti effetti collaterali.

Secondo una ricerca dell'università del Missouri, pubblicata sulla rivista 'Development psichology', le ragazze che parlano sempre dei loro problemi e preoccupazioni con gli amici sono più ansiose e depresse dei loro coetanei maschi. I ricercatori, guidati da Amanda Rose, hanno scoperto che le ragazze che 'ruminano', per così dire, più dei ragazzi, sono maggiormente soggette a questi disturbi. "Quando le teen ager parlano tra di loro - spiega Rose - spendono così tanta energia nel soffermarsi su problemi e preoccupazioni, che finiscono col sentirsi tristi e senza speranza, perché si trovano sempre di fronte ai loro problemi. Sintomi della depressione".

Quanto all'ansia, il parlare continuamente le fa sentire più preoccupate dei problemi e delle loro conseguenze. "Tutto ciò può portarle - continua - a soffrire di depressione e ansia perché spendono in quest'attività tanto tempo, che invece potrebbe essere impiegato in attività più positive e che senz'altro riuscirebbero a distrarle. Cosa vera soprattutto per le ragazze che non riescono a tenere sotto controllo le cose". Il lato positivo di questi rapporti così intensi, dice la psicologa, è che si "sviluppano amicizie molto forti. Tuttavia, nei maschi che fanno lo stesso non abbiamo riscontrato ansia e depressione. In generale parlare dei propri problemi è legato ad uno stato di benessere. Ma non se fatto in eccesso". Moderazione dunque. "Gli adolescenti - conclude la ricercatrice - devono essere incoraggiati a praticare altre attività, come lo sport, che li aiutino a distogliere l'attenzione dai problemi".

http://tinyurl.com/yoqqkp

 




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18 luglio 2007

Baudelaire ha sei milioni di blog letterari su di sè, Uic soltanto uno-Lunedi 23/07/07, The Bup, capitolo finale




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