.
Annunci online

ricchiuti


Spigolature quasi, non proprio, quotidiane


30 giugno 2008

Datemi un mantello...

Recentemente ho letto che avrebbero inventato un mantello capace di proteggere dai rumori. Avvolgendo con esso la fonte del rumore, il rumore stesso, quello prodotto, non si sentirebbe più.

Tempo fa era invece apparsa la notizia di un altro mantello capace di rendere invisibili. Il primo rifletterebbe le onde sonore, il secondo quelle luminose. Si tratterebbe, così dicevano gli articoli, di meta-materiali. Già questo termine, meta, rimanda a realtà parallele e a comportamenti anomali della materia; è un termine che sa di anni settanta, di metalinguaggi e metateatri.

Ma ancor più favolosa risuona la parola mantello: mi ricorda subito quello delle streghe che, appunto, rende invisibili e permette di volare immaterialmente. Il povero Peter Schlemihl, indossando un simile mantello, ascolta e vede, non visto, la sua amata convolare a nozze con un altro. Non sempre è buona cosa essere invisibili.

Naturalmente tutte queste fantastiche invenzioni nella vita pratica le potremo utilizzare solo dopo che gli arsenali di guerra ne avranno spremuto ogni possibile uso. E’ lì che girano i soldi, si sa: è lì che si fa ricerca. E per poter mettere all’opera i frutti di tali strabilianti invenzioni (sottomarini antisonar, aerei non avvistabili) le guerre devono compiere il loro iter: per esempio, continuando a costruire nemici anche dove non ci sono.

Ma c’è un altro aspetto che mi ha colpito: il fatto che la scienza e la tecnologia quasi sempre preferiscono trovare soluzioni agli effetti di un danno, piuttosto che impegnarsi a curarne le cause.

Così fa anche la ricerca medica con le cause farmaceutiche: è questo che rende, economicamente, di più.

In questo caso specifico il danno è la produzione di rumore: ma per produrne di meno non servono solo le tecnologie bensì un senso etico che avverte il rumore come danno sociale, come calamità pubblica. In altre parole, servirebbe educarsi a non produrlo. Ma l’educazione necessita di tempi lunghi, pedagogici, generazionali: nell’immediato, quindi, l’educazione non rende.

L’ansia del risultato da conseguire nel minor tempo possibile ha, invece, nel rumore il suo inevitabile accompagnamento sonoro. Nei talk-show i conduttori, come i piazzisti di strada, urlano sempre cercando di sopraffare vocalmente gli ospiti che a loro volta si sopraffanno tra loro. Per non parlare di molte trasmissioni con ospiti tratti dal mondo della politica e dello spettacolo sonoro che offrono.

Non importa più cosa si dice, ma il come lo si dice: basta lasciare il segno, essere visibili, gridare.

Negli ultimi anni i decibel televisivi (si pensi all’aumento di volume quando entra la pubblicità) si sono innalzati sempre più. Ciò ha generato una immediata ricaduta sui comportamenti: tutti gridano di più e alzano la voce, sempre più si fatica a ad ascoltarsi, a disporre di tempo e attenzione per il dialogo, per mettersi nei panni dell’altro, anche senza scomodare le tesi dell’ermeneutica gadameriana. La scuola potrebbe fare molto per educare all’ascolto, vista la maggiore lunghezza dei tempi pedagogici, e invece no: anche lì il tempo si è contratto, le lauree si sono fatte brevi, e crediti e debiti più che appartenere a un vero linguaggio educativo sembrano iscriversi in un unico, onnivoro, uniforme linguaggio economicista.

Così, invece di andare all’origine del danno da rumore, ci mettiamo sopra un bel mantello, e via coi clacson a tutto spiano e con gli insulti gridati in diretta.

Un po’ come con il divieto di intercettazioni telefoniche che oggi va tanto di moda: invece di evitare alla fonte lo scempio delle cliniche che speculano sui nostri corpi, si preferisce che il rumore delle voci dei medici che contrattano di tumori e organi sia messo a tacere.

D’altra parte è noto che in tutti i regimi totalitari i crimini di colpo scompaiono dalla vita pubblica: la cappa mantellosa del silenzio ne impedisce la divulgazione. Il rumore c’è, ma nessuno lo percepisce più. Il mantello funziona.




permalink | inviato da la spigolatrice il 30/6/2008 alle 20:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


6 giugno 2008

Les bienveillantes: una riflessione

 

Il personaggio letterario che ultimamente più mi ha impressionato (lettura faticosa,e quasi ultimata, trattandosi di ben 943 pagine di straordinaria densità, per non parlare della continua necessità per il lettore di consultare le appendici dei glossari utili a decodificare tutto quel gergo tecnico-militare rigorosamente in tedesco e per capire la struttura e la pratica, parafrasando Neumann, di Wermacht, SA ed SS)  è Maximilian Aue, il protagonista de Le Benevole di Jonathan Littell, un ebreo-americano (cosa sarebbe l’America senza questi meraviglioso trattini etnici?) che ha scritto in francese il più sconvolgente romanzo degli ultimi anni.

Maximilian è un anziano direttore di una fabbrica di merletti  nel Nord della Francia che decide di riverlarci il suo passato di ufficiale delle SS  speso a sterminare migliaia di ebrei e che proprio all’inizio del suo memoriale si giustifica dicendo “per ciò che ho fatto, c’erano sempre delle ragioni, giuste o sbagliate non so. In ogni caso, ragioni umane”.

Addentrandosi nelle pagine del romanzo, ci si accorge che Maximilian Aue è un personaggio di una ambiguità sconcertante. La prima frase che pronuncia è :”Fratelli umani, lasciate che vi racconti come è andata”. In questo modo ci tiene a farci sapere che lui non è un mostro, ma un essere umano come noi; in più, ha una capacità di ragionamento, uno charme, per così dire, che in alcune pagine

risultano pericolosamente seduttivi. In molti si sono chiesti se vittima di questa seduzione sia caduto anche l’autore del libro.

Chiunque abbia tentato di raccontare una storia fissandola sulla pagina, spesso corre il rischio fatale di innamorarsi dei personaggi che ha creato, per quanto odiosi essi siano. La domanda è dunque questa: ci si può innamorare di un nazista?

E’ la consueta trappola dell’io narrante: un dilemma morale che va,  però, subito accantonato.

Recentemente il premio Nobel Pahmuk ha osservato come la vera forza di un romanzo stia nella immedesimazione dell’autore con il personaggio da lui creato, talmente intensa da impedirgli di pronunciare dei giudizi morali.

L’arte del romanzo, insomma, si fonda sulla capacità, unica negli esseri umani, di identificarsi con un altro. Prendiamo Dostoevskji: era un moralista insopportabile, con gli anni divenne un reazionario clericale che si atteggiava a profeta;  lo irritavano le ideologie liberali, socialiste e anarchiche. Nel 1869 aveva letto alcuni articoli a proposito di una cellula terroristica messa in piedi da un allievo di Bakunin per il quale esisteva un’unica scienza: la scienza della distruzione.

Il risentimento spingeva Dostoevskji a scrivere un pamphlet contro quei Demoni, ma il suo istinto di scrittore si ribellò al suo umore e Stavrogin si trasformò nel vero eroe del romanzo (senz’altro il più grande nichilista delle letteratura russa). Aveva scritto, con I demoni, il suo libro definitivo sulla immensa vastità del male.

Come lettrice, a Littell, non chiedevo di esprimere un giudizio sul nazismo: ho già il mio, e niente e nessuno potrà farlo vacillare. A Le benevole chiedevo qualcosa di profondamente diverso: letteratura con la L maiuscola. E sono stata accontentata.




permalink | inviato da la spigolatrice il 6/6/2008 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


4 giugno 2008

American stuff: Rick Danko

Omaggio ad un musicista che ho amato e amo tanto, Rick Danko, come artista e come persona.

Il pezzo l’ho tradotto da qui, ed è scritto da una giornalista musicale che ha avuto la fortuna di seguirlo nei suoi lavori e di conquistarne fiducia e amicizia.

(ricchiuti, sei pregato di inserire “It makes no difference” della Band!)

Una nota personale

Il giorno in cui incontrai Rick fu l’ultimo giorno di normalità nella mia vita. Fu l’ultimo giorno in cui ero disposta ad accettare l’ordinario, a seguire il corso dei giorni, a fare ciò che ci si aspettava che facessi, proprio perché era quello che ognuno si aspettava. Fu l’ultimo giorno in cui indossai un tailleur a lavoro, l’ultimo giorno in cui arrivai persino puntale! Il mio lavoro d’affari legato alla musica, “invidiabile”, assieme ad uno dei migliori avvocati di rappresentanza della costa orientale, improvvisamente mi sembrava un gioco. Il giorno dopo l’incontro con Rick, arrivai al lavoro con due ore di ritardo, vestita in jeans e un paio di mocassini. Il mio capo mi convocò immediatamente nel suo ufficio e mi chiese, senza mezzi termini, che diavolo mi fosse successo. Gli risposi che avevo incontrato Rick Danko e la Band, come se ciò avrebbe spiegato qualsiasi cosa. La sua espressione perplessa sarebbe diventata l’abituale risposta delle settimane e mesi successivi.

Trascorsi quel giorno fiaccamente, come una nuvola, ero scombussolata. Suonavo sdolcinata , c’era qualcosa di diverso e non riuscivo a capirlo con precisione. D’altronde avevo incontrato molte rock star – lavoravo con la musica e spesso ospitavamo musicisti e produttori famosi in ufficio. E non ero il tipo che veniva colpita dalle star. Ma questa volta fu diverso. Istintivamente mi resi conto che quell’incontro avrebbe cambiato il corso della mia vita per sempre. E fu così. E non ho più guardato indietro.

Trascorsi i restanti successivi mesi lavorando, libera professionista come scrittrice e pubblicitaria. Dovevo pubblicare molti articoli sulla Band, inclusa una presentazione sulla storia di Rick che un mio amico gli aveva mandato.

Un giorno, mentre ero seduta alla mia scrivania, il telefono squillò. “Ciao, sei tu Carol?”. Non sapevo se svenire, vomitare o cadere dalla sedia, perché riconobbi quella voce immediatamente. “Carol, sono Rick Danko”…mi dispiace disturbarti al lavoro… hai un minuto di tempo?”

Rick mi disse che aveva letto alcuni miei scritti e ne fu colpito. “Sai più cose tu di me di quanto ne so io, mia cara!” disse con quella maniera di ridacchiare alla Danko. Mi invitò a partecipare allo show successivo della band e dopo lo spettacolo, mi chiese se volessi lavorare per lui in “maniera ufficiale” (che, per coloro che hanno lavorato con la Band sanno che non esiste!) e io accettai. Il resto, come dissero, è storia.

Rick diventò una parte importante della mia vita e della mia carriera. Fin dall’inizio, avevo un desidero travolgente di aiutarlo. Rick sapeva come tirare fuori la parte naturale e culturale di ogni persona che conosceva- uomini, donne, giovani e vecchi. Perché mai qualsiasi persona che aveva guidato con lui era disposto a prestargli la sua macchina? Le persone che gli volevano bene in qualche maniera volevano proteggerlo. E lui contraccambiava con affetto. Rick passava un brutto periodo colpendo i sentimenti delle persone, persino i parassiti che volevano solo esser testimoni della scena. A volte, da quelle persone che non lo conoscevano realmente , si staccava come fosse un ingenuo e un credulone. Forse perché voleva sembrare un cucciolone, o forse un tenore dalla voce tremolante o forse un eterno sorridente. Ma, come disse Elliott Landy, a Rick piaceva recitare la parte del “cugino di campagna”. Era molto più saggio di quanto ognuno di noi pensava di sapere.

Iniziai a pubblicizzare i suoi tour e finii a lavorare con lui giorno per giorno per molti anni. Mi fece conoscere Eric Andersen e divenni anche la sua pubblicitaria. Una notte nel 1991 mi chiamò al suo ritorno dalla Norvegia. Mi cantò un bellissima canzone al telefono che successivamente incise, dal titolo “Driftin’ Away” (scorrere via) e mi chiese cosa me pensavo. Gli dissi che l’amavo, registrai dei nastri e li spedii alle radio della regione. Rick era veramente orgoglioso della nostra “operazione radicale”. C’era stata una voce nei riguardai di un album a trio e presto arrivò un disco con Ryko.

Scrissi per l’album Danko-Fjeld- Andersen che venne pubblicato poche settimane prima di Jericho. Era un lavoro fatto con amore. I media furono eccitati del ritorno di Rick Danko e la stampa era positiva in tutto il mondo. Il 1993 fu un grande anno- Woodstock sembrava ancora una volta essere quel luogo di sogno che era stato una volta. Rick stava facendo ciò che più amava nella sua vita- suonare. Spettacoli da solo, o con trio e con la band. Lui li fece tutti e li amava. Sapeva come resistere nel tempo ad essere l’uomo di copertina, ma era anche un felice “accompagnatore”, non gli piaceva essere considerato la stella dello spettacolo, persino quando era il suo show. Quanto più a lungo rimaneva in palcoscenico, tanto più si sentiva al sicuro.

Era molto di più di un fenomeno musicale, e molto di più del pagliaccio di classe della band, malgrado fosse la persona più divertente che abbia mai incontrato. E non c’è alcuna maniera per descrivere quanto fosse divertente. Devi semplicemente aver conosciuto Rick per capire ciò che dico. Lui era, e sempre sarà, un tipo. Non potevi essergli amico senza sorridergli. Perché lui rideva sempre. Ma poiché la fortuna premia le persone allegre e veramente lui lo era- si poteva dire che era stato colpito. Non si canta, come sapeva fare lui, se non sei stato ferito.

Rick era proprio come un bambino, nel vero senso della parola. William Blake nella sua poetica ha distinto

l’essere infantile” dall’essere bambino”. Rick era la personificazione di quella distinzione. Era un esperto guerriero della strada che aveva visto e fronteggiato tutto un milione di volte; tuttavia vedeva ancora il mondo in maniera innocente e vera. Lui aveva diviso il palcoscenico con le leggende, suonato a milioni di fan, sfornato scuole di musicisti del basso. Ma arrossiva se un commento andava oltre al “fantastico show, Rick!”.

All’età di 56 anni, Rick era ancora un ragazzo. Un ragazzo che realmente si appassionava al concetto della e-mail, che si meravigliava della tecnologia del fax, che amava i milk-shake alla vaniglia e i Dunkin’Donuts (sorta di ciambelle fritte)

Parlai a Rick il 9 dicembre. Gli dissi che lo avrei chiamato il giorno successivo per alcune interviste: erano le 2 del pomeriggio, l’ora standard di Danko.

La mattina successiva, nel momento in cui stavo programmando un’intervista per lui, ricevetti un avviso di chiamata al telefono. Era un DJ dell’area di New York che voleva sapere come potevo avere una voce così metallica. “Che vuoi dire?” gli chiesi. “Non c’è nulla di vero a proposito di Nick?” Il mio cuore palpitò: “cosa gli è successo a Rick?” Mi disse che aveva ricevuto dalla sua postazione una chiamata che gli comunicava che Rick Danko era morto.

Sola allora, Elizabeth Danko chiamò dicendomi ciò che già sapevo. Il resto è una forma confusa di singhiozzi e gemiti.

La mia vita non è stata più la stessa da quel giorno.

--Carol Caffin




permalink | inviato da la spigolatrice il 4/6/2008 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 aprile 2008

A Ricchiuti profeta di sciagure per l'Inter

 Che sia un NostrAdamo
 e odi il serpente
 che ha tentato
 la puttana Eva???




permalink | inviato da la spigolatrice il 20/4/2008 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


29 marzo 2008

"Sono un renano, mia madre è renana!" (e la finisco qui)

 Mah, che replicare? Per te tutto è solo un gioco di parole indimostrabile che vuol dire, appunto, tutto e il suo contrario: per me invece le parole pesano e sono una precisa presa di responsabilità. Certo che l'arte esiste anche sotto gli oppressori: Mecenate era un grande mediatore che faceva scrivere a Properzio quel cazzo che voleva, ma poi , intelligentemente, gli strappava anche la promessa di un libro di Elegie romane, come fu fatto. Ma altri hanno pagato, per la loro LIBERTA' artistica: nella fattispecie, Seneca, Lucano, Petronio, Cornelio Gallo (con la vita) Ovidio (con la relegazione forzata). E scusa la deformazione professionale.
Non mi sembra sia il caso di Mephisto. Il quale, magari, irride, come te, i silenziosi esuli parigini (ma ricorda che la famiglia Bruckner era sulla lista nera, e non aveva scelta) ma se la fa sotto, da Vienna (se ben ricordo, ma nel film è Budapest) quando Hitler diventa cancelliere, e torna a Berlino con le spalle coperte solo quando la devota Angelika gli assicura che è entrato nelle grazie dell'amante di Goering, disposta ad aiutarlo. Continuando a ripetersi: "SONO UN RENANO, SONO BIONDO!". Ripeto, ci può essere produzione artistica di livello anche sotto i regimi oppressivi (vedi gli anni trenta in Italia degli Alvaro, dei Moravia, dei Vittorini), ma sappiamo benissimo a quale prezzo. Quali lotte e progetti artistici vedi, nel romanzo? Quali ideali, in quel bagno di terrore? Le uniche cose degne di rilievo sono state prodotte, appunto, in esilio, oppure con le rielaborazioni postume del dopoguerra, la cosiddetta letteratura "delle macerie" (Boll, Grass etc). Tu parli in via generale, ma la realtà è che tutte le pagine del libro testimoniano che la cultura era diventata un cerimioniale da salotto, una mascherata grottesca, sempre che non si mettesse mano alla fondina. E non è che possiamo sempre fare di un libro quello che vogliamo noi, vero?




permalink | inviato da la spigolatrice il 29/3/2008 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


27 marzo 2008

Noticine su "Mephisto" ad usum ricchiuti

 

Ma lo hai finito di leggere il romanzo, specie il fondamentale ultimo capitolo, ricchiuti?

Klaus Mann lo dice in tutti i modi che il protagonista non è grande neanche nel male, non è il diavolo in persona, e, soprattutto, non è un grande artista. Non a caso l’autore usa l’artificio, direi manzoniano, del narratore onnisciente proprio per questo: smascherare ogni ipocrisia, ogni illusoria e strumentale buona coscienza di Hofgen con i suoi controcanti ironici, le sue correzioni sarcastiche che dicono come stanno davvero le cose in chiusura di ogni frase o discorso indiretto in cui si riporta il punto di vista di Hofgen. E’ un don Rodrigo qualsiasi, insomma: non un Innominato. Sempre pieno di paure e rimorsi, sempre intimorito dalle possibili conseguenze di ogni sua azione. Confuso, angosciato. Ha abbracciato il regime ma si tiene buoni gli amici eversori comunisti per paura che un domani possano prendere il potere e a loro continua a protestare il suo inguaribile odio anticapitalista. E’ attanagliato dal terrore quando catturano Ulrichs che, nonostante tutto, anche sotto tortura, non fa il suo nome, e per scarico di coscienza gli paga comunque il funerale mandando anonimamente il denaro alla madre; ha tutto il feroce rancore dell’escluso piccolo-borghese quando non si vede considerato, o si vede accolto con distaccata ironia, dalla coltissima e autorevole famiglia della moglie Barbara (emarginazione che dissimula a sé stesso con i soliti deliri egoici). Come mette bene in rilievo Mann, in una cosa però è insuperabilmente grande, questo commediante: nella sua diabolica mondanità, nel suo cinico spirito, capace, con la sua voce cantilenante e il suo repertorio consumatissimo di sguardi, toni cantilenanti di voce, posture studiate del corpo, di convincere nientemeno che Hitler in persona.

Ma per una volta il guitto è costretto ad essere sincero con se stesso, alla fine del romanzo: quando si rende inevitabilmente conto che la sua supposta bravura, che lo aveva aiutato quasi con una forza magnetica e inspiegabile nel ruolo di Mephisto, non è all’altezza del ruolo di Amleto. L’immagine del principe danese lo perseguita e lo bracca dicendogli beffardo: “Tu non sei Amleto”.

E infatti, “il personaggio che Hofgen fece di Amleto era un tenente prussiano con sintomi di nevrastenia”, chiosa Mann. Tutti lo applaudono in piedi, ovvio, in quella brodaglia di menzogne che è il regime, incapace di riconoscere la forza della vera arte ma molto sensibile, evidentemente, ad una messa in scena rozza, scorretta ed enfatica. Lui lo sa come stanno le cose, però, e i “fragorosi applausi non gli facevano scordare d’aver fallito”. Quel regno di menzogne viene regolarmente  ribadito nelle ultime parole del romanzo, quando si sottolinea il gesto studiato (“bello, pietoso, abbandonato”) che fa da epilogo alle lacrime, forse sincere, appena versate dal protagonista. Hofgen è un tipo antropologico universale: non quello dell'artista sempre in precario  equilibrio nei suoi compromessi con il potere, ma quello del lamentoso e compromissorio vile di ogni epoca. Per averlo reso così bene, il romanzo è un capolavoro.




permalink | inviato da la spigolatrice il 27/3/2008 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 marzo 2008

"Io, uno con un nome come Kaka, non lo prenderei mai" (L. Moggi)

 

Kaka è arrivato in Italia molto giovane, e con un nome così. Poi ha dato lezioni di gran calcio a tutti. Un giovane di rara bellezza ed eleganza, un atleta strepitoso ma, ormai lo abbiamo capito bene, un predicatore di fanatica fede evangelica, nato in una famiglia di cristiani battisti. E talmente interessato alla salvezza degli uomini da dedicare ogni suo sforzo anche alla conversione dei suoi compagni di strada. La maglietta che indossa con più soddisfazione pare sia quella che reca una scritta inequivocabile: “I belong to Jesus”. In politica, è di indefettibili convinzioni teocratiche. Tempo fa rilasciava in una intervista le sue incrollabili convinzioni: “Secondo la Bibbia, è Dio che sceglie i re, i principi, i senatori, i presidenti. Se Dio sceglierà un cristiano, lo farà al momento giusto”. Ma si tratta di convinzioni che non gli hanno impedito di fare la campagna elettorale per il devoto prefetto di San Paolo José Serra, contro quel miscredente di Lula.

Quanto al sesso, e ai rapporti tra uomo e donna, lui, che è così profumato e desiderabile, non mostra dubbio alcuno: altrochè Pacs! Parlando di sé e di sua moglie (Vanity fair), il nostro afferma: “Abbiamo scelto di arrivare casti al matrimonio: la Bibbia insegna che il vero amore si raggiunge solo con le nozze, con lo scambio di sangue, quello che la donna perde con la verginità”.

Sono parole che fanno quasi rabbrividire: il sangue della donna vergine come sigillo di un antico rito tribale. D’altronde questi sono i tempi: ampolle con l’acqua sacra del Po sollevata verso il cielo; veli e burqa a cancellare quelo che ancora imbarazza, se non sconvolge: il corpo della della donna.

Ma la questione è un’altra, e sta nel fatto che Kaka si trovi ora a fare in nome del suo fondamentalismo cristiano ciò che Del Piero fa coi suoi modi da bravo ragazzotto di famiglia per un' acqua minerale in un molto trasmesso spot televisivo. L’Adidas, che di Kaka è lo sponsor, pare lo paghi molto bene: funziona davvero il suo viso pulito contro le insinuazioni quotidiane (molto più che insinuazioni, per la verità) contro il calcio che dicono sporco.

Questi sono i tempi: ancora, mi verrebbe da dire, del fanatismo delle merci, parodiando il vecchio Marx. Tempi di parodia, già: perché Dio, che non è morto, dovrebbe rinunciare a giocare la sua parte?




permalink | inviato da la spigolatrice il 4/3/2008 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


22 gennaio 2008

L'air du temps e lo scoiattolo Cippi (che ancora imperversa)

 

Colitici di tutto il mondo, unitevi!

Sembrerebbe questo il motto che si ricava dal celeberrimo spot pubblicitario che reclamizza una nota marca di gomme americane . Il protagonista indiscusso è lo scoiattolo Cippi. Il bosco brucia senza speranza di salvezza per nessuno. L’aria è torrida e irrespirabile. Cippi si arrampica velocemente sul ramo più alto e, come Braccio di ferro fa con gli spinaci, si mette in bocca la gomma masticando avidamente. In un attimo, il miracolo: la zampa sollevata e dal basso ventre una potente, rumorosa, duratura, soddisfatta emissione di gas. In pochi secondi non solo doma le fiamme cruente ma scatena un fenomeno di nuova e agognatissima glaciazione. Tutto è, adesso, non dico lusso (ci mancherebbe) ma calma e voluttà.

Molto astuta l’idea dei pubblicitari che hanno inventato questo spot: mettere a profitto la latente paura delle trasformazioni indotte nel pianeta dall’effetto serra. Cippi è il nuovo eroe che salva il mondo dal male. Produce peti e petazzi con autocompiacimento prolungato invece dei muscoli e pugni di Braccio di ferro. E intanto la chewing gum ha sostituito il vegetale ferroso più nutriente della Terra. Una perfetta sintesi per immagini della storia più recente dell’occidente, insomma, quando è vero che le discariche sono il vero business dei nostri giorni.

Lo spot continua glorioso e il prodotto trionfa sul mercato mentre a Cippi, il più incallito ventriloquo anale conosciuto, viene addirittura dedicato un sito, dove i bambini, mouse alla mano, hanno la possibilità di giocare sfrenatamente, fermi per sempre a quella che i freudiani continuano a chiamare “fase anale". Il prodotto trionfa sul mercato, dicevo, mentre c’è da giurare che i nostri nonni avrebbero immediatamente smesso di richiederlo a baristi e tabaccai: se non altro, per un sicuro sospetto di fiato cattivo.

Invece oggi che succede? La celebrazione di odori che arrivano da cavità che sono assolutamente antipodiche a quella orale.

Ricordo che all’epoca in cui Costanzo nel suo salotto inaugurò la stagione delle liti sguaiate, degli insulti e delle grida, i giornali parlavano di “tempo dei narcisi”. Dagli intellettuali narcisi si passò poi ai derelitti dei reality show e di quelle trasmissioni in cui si ha l’impressione che i poveri everyman catapultati sullo schermo finiscano per credere davvero alla parte che di volta in volta gli si fa recitare con copioni preparati alla bisogna.

Quanto ci si sbagliava…

Ora lo sappiamo: non era il tempo dei narcisi che incominciava, ma l’epoca delle feci beate che continuano a rotolare dal grande schermo senza che se ne avverta il puzzo, anzi: magnificandone l’odore.

Feci e feticismo: invito tutti i pensosi intellettuali a riflettere sul nesso ontologico e linguistico di questa endiadi.




permalink | inviato da la spigolatrice il 22/1/2008 alle 19:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


19 gennaio 2008

Certi Gregor, certi Mario e Maria non sanno di avere le ali (una fantasia entomologica)

 

Prendiamo ancora spunto dalla letteratura: in questo caso, dai personaggi letterari. Alcuni di loro mi hanno fatto compagnia al punto tale che li ritengo quasi amici miei. Credo che leggiamo romanzi non tanto per istruirci o per essere migliori quanto per potenziarci. Non possiamo conoscere che un numero insufficiente di persone, un numero limitato di città e di nazioni. La letteratura, invece, ci dà la possibilità di riempire le h, le j e le k della nostra rubrica telefonica e di piantare nuove bandierine sul mappamondo. Certo, creature come Emma Bovary, Anna Karenina e Fabrizio Del Dongo sono fatte di lettere dell’alfabeto. Nessun personaggio letterario è reale in qualche senso esteriore ma esiste all’interno di un testo formato da uno schieramento ben preciso di parole.

Facciamo l’esempio massimo: Shakespeare, l’uomo che, avendo inventato Falstaff, Lear, Prospero, Jago e Otello, ha inventato in qualche modo anche noi lettori. Noi lettori che da cinque secoli desideriamo come Romeo, impazziamo d’amore come Otello e trasformiamo in tanti Amleti i nostri enigmi.

È difficile smentire il fatto che queste creature siano il frutto di un insuperabile ordine di immagini e di retorica. Più che in ogni altro intelletto umano, di cui abbiamo congrue notizie, Shakespeare ha usato la lingua in una condizione di possibilità totale.

Ma cosa c’è dietro la lingua? Si è scritto che un poeta, per cambiare lingua, dovrebbe cambiare vita. Allo stesso modo come lettrice trovo che la vita palpiti nei cuori di Cordelia o di Lolita almeno come nei cuori di molte persone reali che conosco e che alcuni dei personaggi letterari, ripeto, riescano addirittura a darci preziose informazioni su noi stessi.

È il caso di Gregor Samsa, il commesso viaggiatore della metamorfosi kafkiana. Nonostante le apparenze, Gregor è uno dei personaggi più realistici che la letteratura ci abbia mai regalato, anche se un bel mattino si sveglia e si trova trasformato in un gigantesco insetto. Disteso sulla schiena dura come una corazza, Gregor osserva con terrore il suo ventre convesso, bruno, spartito da solchi arcuati, e si chiede cosa gli sia capitato. Ma non ci mette molto ad abituarsi al suo nuovo corpo e la nuova condizione “mostruosa” sembra quasi per lui ovvia e naturale: ne gode addirittura.

È stato Nabokov, grande esperto di farfalle, a notare che nel suo racconto Kafka ha descritto un coleottero (e non un Mistfaker, ovvero uno scarabeo stercorario, come lo chiama la domestica che alla fine lo spazza via: evidentemente né Gregor né Kafka lo avevano visto con molta chiarezza) e che dunque sotto le elitre ci dovevano essere delle piccole ali. Ecco. Il realismo di Gregor Samsa e il motivo per cui mi sta così antipatico stanno nel fatto che non si accorgerà mai di avere un paio di ali. E non è questo forse il destino di tanti uomini?

(Spunti da “L’invenzione dell’umano”, saggio su Shakespeare di Harold Bloom e le lezioni universitarie alla Cornell di Vladimir Nabokov, confluite nelle ormai introvabili, a meno che la Adelphi non ci faccia un pensierino, “Lezioni di letteratura”).




permalink | inviato da la spigolatrice il 19/1/2008 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


15 gennaio 2008

Primum scribere: scrittori o mestieranti?

 

Si aggira di questi tempi una bizzarra concezione che riguarda la nostra narrativa: secondo questa stravagante idea la scrittura non è più cosa importante. Voglio dire che il narratore (ma non tutti i narratori, per fortuna) tende oggi spesso a considerarla come uno strumento non degno di particolarissima attenzione. Insomma: non primario. Ma io ho una mente semplice e allora mi chiedo: se allo scrittore non interessa la scrittura, allora perché scrive? E se non si considera scrittore, ma semplicemente narratore, perché non narra le sue belle storie oralmente, ben sapendo che anche questa pratica richiede una abilità e delle risorse molto specifiche?

Tempo fa leggevo su un quotidiano alcune dichiarazioni di autore che mi sono sembrate quantomeno sorprendenti. Il celebre Antonio Scurati parlava della grande durata dell’opera di Tolstoj per sostenere che in narrativa non esisterebbe, dunque, un problema della lingua (trattandosi, appunto, di uno scrittore letto prevalentemente in traduzione).

Che dire, allora, dell’ascolto sempre importante se non decisivo di poeti come Baudelaire o Eliot in prevalenza letti e anche amatissimi proprio in traduzione? In prevalenza, dico. Ma questo dovrebbe voler dire che anche per loro la lingua è un elemento più o meno secondario? Io credo che, ripeto, la realtà sia abbastanza semplice.

Un grande, per quanto aggredito e violentato da traduttori anche mediocri, sprovveduti o persino infami, resiste comunque, e la sua opera “passa”, spesso in parte molto notevole. Lo stesso Scurati a proposito della scrittura aggiungeva che la medesima non avrebbe, in fondo, un valore essenziale, mentre ciò che più conta per il narratore sarebbe l’immaginario.

Molto interessante. Senonché, a mio avviso chiunque scriva è responsabile della propria scrittura, come lo è del suo stile, e delle sue forme: di quell’insieme complesso di elementi, insomma, che realizzano l’architettura di un’opera. Lapalissiano: in letteratura, come in ogni altra forma artistica, nessun dettaglio deve poter essere fungibile.

E poi, anche l’immaginario, come passa e come si comunica? Dovremmo forse provare a improvvisarci lettori del pensiero? Fruitori telepatici? Per non dire, poi, che così si riabilita in modo un po’ rudimentale una vecchia distinzione tra forma e contenuto.

Ma, appunto, noto che la qualità della scrittura sembra essere diventata un optional, così come una profonda cultura letteraria di riferimento, tanto che molti narratori confessano di aver letto poco e di aver lasciato i grandi classici a metà, causa fatica. E di riferirsi soprattutto a tv, libri gialli e neri et similia. Qualcuno, anche, si lamenta di essere snobbato o deriso per il fatto di scrivere storie sentimentali o thriller. Non è così, si critica semmai chi scrive male, e non si cura della lingua e della scrittura, come dovrebbe essere.




permalink | inviato da la spigolatrice il 15/1/2008 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     aprile       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Versi infamanti
Archivio
Articoli altrui
Posta
Pruderie
Sto leggendo
Heroes & villains
Anteprime
Liala
Andrea's version collection
Caro Diario
Scandal ?
Politicamente corretto
Diario Bertinotti
Cultura moderna
Operazione simpatìa
La Voce della Fogna-Rubrica di decomposizione
Vado a letto dopo Ricchiuti -rubrica di non affiliazione
Markette acchiappa click
L'ultima raffica
Dicono di lui
Appuntamento col sentimento
Dalla parte della Reazione
The Adolf Hitler dance
Spigolature quasi, non proprio, quotidiane
Morte di un giornalettista
Isn't she lovely ? Parlatene di Uic purchè ne parliate
George & Mildred
Et in arcadia ego
Dimostrazioni
L' immoralista

VAI A VEDERE

La Santa Sede
Anno Paolino-indulgenze plenarie
Radio Vaticana
Langone
Il Foglio
Lemonsound
Mario Adinolfi (La Montagna Disincantata )
Dacia Valent nuovo che avanza
Miguel Martinez
TopG, la satira del rubare le caramelle a un bambino, il divert.autentico che non dovrebbe piacerci
Msn-Gruppi
Edicola
GIORNALETTISMO
Makìa
Ciclofrenia-ricordati di leggerlo perché è bravo
Luigi Castaldi, non possiamo non dirci











CERCA