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7 febbraio 2007

Orestiade

Il Foglio 7-2-2007
 
Non che proprio fosse indispensabile, questo tour in camper di Oreste Scalzone, su e giù per la penisola, “un rito da decostruire”, come dice, alla ricerca di compagni, di lapidi e di contraddizioni altrui. Come riconosce lui stesso, “sono un pessimo maestro”, che forse è come dire “cattivo maestro”, o forse no. Ma fa lo stesso. Perché va bene che si è fatto 27 anni di latitanza (o di esilio, questioni di punti di vista), ma in poche ore ha alluvionato giornali e agenzie con dichiarazioni su dichiarazioni, da Reggio Emilia (intesa: morti di) in avanti, ha detto di tutto e di più, ha scandalizzato e ha stupito. Ma almeno, Scalzone ha questo che parecchi della fighetteria che fu rivoluzionaria durante l’infelice stagione sovversiva neanche si sognano: che può scandalizzare i suoi stessi compagni e può stupire, persino positivamente, i suoi stessi avversari.

E’ tale e quale a trent’anni fa, Scalzone, e magari va per le strade di un’Italia che pensa come quella di trent’anni fa. Ma con la sua fisarmonica, il suo cappelluccio, la sciarpona rossa, le serenate davanti al carcere per i suoi amici in cella, mostra a volte una quasi surreale forma di “innocenza” che lo porta a diventare sovversivo verso un piccolo mondo che – ma poi chissà se è così – da lui si aspetta tutt’altro. Ieri, per esempio, ha parlato della manifestazione contro la base Usa di Vicenza.

Ma non ha tromboneggiato, come certi che adesso si godono lo scranno parlamentare. “Se va a finire a sassate, sono sincero, la cosa non mi impressiona più di tanto. Però se qualcuno si mette a bruciare una bandiera americana, solo perché americana, io sarò tra quelli che l’andranno a spegnere, così come contesterò cori idioti del tipo ‘10-100-1000 Nassiriyah’. Sono cose che non hanno niente di rivoluzionario perché sono mosse da risentimento”.

Ecco, non è che il cattivo maestro si sia fatto buono, ma alla faccia di certi opportunisti istituzionalmente titolati, qualcosa di più, e di più vero, ha saputo dire. Così come ha aperto un fronte – nientemeno che sulla pericolosità dell’odio di classe – con il compagno poeta Edoardo Sanguineti, definito senza tanti giri di parole “demagogo volgare e irresponsabile”.

Che magari tutto si poteva aspettare, ma che il tormentone sulla contestata dichiarazione dovesse arrivare da un ex latitante, forse non lo aveva messo in conto. “Lascia perdere – ha consigliato ieri al candidato sindaco di Rifondazione a Genova, peraltro durante una conferenza stampa organizzata da Liberazione – Se dici che sei contro ogni tipo di violenza fammi la cortesia di lasciare a casa l’odio di classe”.

Perciò, se non ci fosse dietro la tragedia degli anni di piombo, di
tante vittime innocenti, di una violenza che mai sembra del tutto finita, sarebbe a dir poco divertente il contrappasso che tocca a tanti ex rivoluzionari: il fiato sul collo, e su certi temi persino più giudizioso del loro dire e non dire, di un compagno al quale possono rimproverare molto, ma né il tradimento della causa né l’opportunismo conveniente. Vabbè, certo che Scalzone parla di rivoluzione, figurarsi che voleva vedere Prospero Gallinari – però senza fare il furbetto sulla tragedia di Moro che marchia Gallinari: “Se lui è un assassino, allo stesso modo lo sono anch’io” – e la serenata è per Paolo Persichetti, estradato da Parigi anni fa e in carcere a Viterbo.
E pure ilPci responsabile dei morti di Reggio Emilia, giù giù fino a Veltroni e D’Alema che “ne fanno parte oggi”. Ma tutto questo, in fondo, era quello che si aspettava e quello che non stupisce.

Un sessantenne che da decenni proclama la rivoluzione – con annessi e connessi, feroci e ingiusti, sangue e parole – la rivoluzione riprova a fare. Più inutilmente dell’altra volta, ma pazienza. La meraviglia è il fronte scalzoniano a sinistra, non tanto con l’ex Pci, quello c’era pure trent’anni o quarant’anni fa, ma con i compagni che volevano dare l’assalto al cielo o quelli che oggi magari vorrebbero dare l’assalto ai poliziotti. Con felice metafora, ha detto Scalzone: “La ricreazione è finita. Sarò come la spina nella zampa di un cane”. Cattivo maestro, senza dubbio, che però non se la tira. Diciamo: il migliore dei cattivi maestri. (sdm)




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12 dicembre 2006

Un altro Cile è possibile

 

Il feroce generale che inventò il miracolo economico del Cile

• da Il Giornale del 11 dicembre 2006, pag. 11

di Alberto Pasolini Zanelli
Augusto Pinochet è vissuto a lungo, ma non abbastanza per farsi dimenticare. Veniva di lontano. Nato durante la Prima guerra mondiale, entrato nell'esercito nel 1932, nei giorni in cui Hitler e Roosevelt stavano per salire al potere, portatovi egli stesso nel 1973, all'apice della Guerra Fredda, quando erano di moda i colpi di Stato «dell'ordine», ritiratosi all'avvento del «disgelo» mondiale, ha fatto in tempo a compiere una lunga ritirata: da dittatore a capo dell'esercito, a senatore a vita, a inquisito, ad accusato, a messo agli arresti domiciliari. È finito, proprio negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, nei meccanismi di una giustizia che comunque non avrebbe potuto condannarlo, ma che non si sarebbe mai permessa di smettere di perseguirlo, una volta cominciato. Così la sua storia, che nel bene e nel male è
stata quella di un dittatore importante, di un riformatore assolutista e di un generale della Guerra Fredda, si è impigliata nelle maglie della cronaca giudiziaria. E così Pinochet, ex dittatore, ex presidente, ex senatore a vita, ex tutto ed ex uomo del nostro tempo, è stato ricatturato alla fine, e con lui il Cile, dal Mito planetario. In sostanza egli è morto troppo tardi. Se gli fosse capitato prima, di lui si sarebbe occupato un Cile pacificato e, invece dello stress dei rinvii a giudizio, degli interrogatori impossibili e dei test medici umilianti sullo stato della sua mente, avrebbe avuto un modesto funerale da ex. I politici della democrazia restaurata a Santiago avrebbero preferito così, ma non hanno potuto impedire che le cose andassero altrimenti. Gli ultimi anni di esistenza di un dittatore, ferocemente nazionalista e che dunque aveva guardato sempre all'interno, sono stati sconvolti da fumosi tribunali «internazionali» e dalla iperattività di un ambizioso giudice spagnolo e alla fine sono riusciti a prevalere sui governanti cileni; che per difendere la sovranità nazionale finirono per far proprio un procedimento che andava contro la loro volontà e la stessa Costituzione democratica. Il Mito planetario, insomma, è arrivato in tempo a mordere Pinochet e la sua patria quando l'uno e l'altra desideravano soprattutto il silenzio.

Invece hanno ributtato i cileni nelle memorie degli anni '70, allorché nel loro remoto Paese si combatté una delle battaglie della Guerra Fredda. Un socialista «rivoluzionario» arrivò al potere con elezioni democratiche e con le idee confuse. Salvador Allende fu preso nelle spire di un gioco più grande di lui. Divenne un simbolo. Da vivo sviluppò l'amicizia inutile e pericolosa con Fidel Castro, da morto fu invocato da Breznev per giustificare l'invasione dell'Afghanistan e preso a modello da Berlinguer come il motivo per cui in Italia bisognava attuare il «Compromesso storico». La realtà cilena era più modesta. Allende fu eletto, nel 1970, con poco più di un terzo dei voti, grazie alla divisione del suffragio moderato e al dispetto suicida che i democristiani vollero fare al candidato della destra. Lo issarono al potere e subito cominciarono a combatterlo, assieme agli interessi economici e con il fattivo incoraggiamento della Cia e dell'America tutta, inevitabile al colmo della Guerra Fredda. Un presidente della democrazia restaurata, Lagos, socialista come Allende, disse: «Nella distruzione della democrazia cilena negli anni '70 non ci sono innocenti. Mettemmo gli interessi del partito davanti a quelli del Paese, incoraggiammo i contadini ad occupare le terre, gli operai ad impadronirsi delle fabbriche, i soldati ad ammutinarsi». Il risultato fu il tracollo dell'economia e dell'ordine e il 22 agosto del '73 la Camera approvò, su iniziativa degli stessi democristiani, una risoluzione di denuncia degli «attentati allo stato di diritto e ai diritti umani compiuti sistematicamente dal governo marxista», dichiarava Allende «fuori della Costituzione» e faceva appello alle forze armate perché «ristabilissero la legalità».
 
I militari risposero venti giorni dopo. Avevano un nuovo capo, Augusto Pinochet, che era succeduto a un simpatizzante della sinistra e che «obbedì» con brutale energia. Carri armati ed aerei assaltarono il Palazzo presidenziale. Allende si uccise infilandosi in bocca un mitra che gli aveva regalato Castro e contro la sinistra si scatenò la repressione. Dura, sanguinosa, rapida: un blitz che fece un migliaio di vittime. Uno dei suoi tanti episodi fu la «Carovana della morte», il “viaggio” di un commando dell'esercito attraverso il Paese alla ricerca di oppositori giudicati pericolosi; che vennero rapiti e poi «eliminati». Una vicenda che è tornata fuori 30 anni dopo ed è stata alla base di tutte le iniziative legali contro Pinochet. Per il golpe in sé, per la repressione, per la dittatura esercitata per quasi tre lustri egli non poteva infatti essere processato: era coperto, assieme ai suoi collaboratori, da una amnistia che si chiamò «Riconciliazione nazionale» e che era parte integrante del baratto con cui il dittatore acconsentì a ritirarsi dal potere consentendo la restaurazione democratica, ma mantenendosi in mano dei pegni: il comando dell'esercito finché lo avesse voluto, la poltrona di senatore a vita successivamente, e, soprattutto, l'impunità. La ottenne non solo nell'interesse della pacificazione, ma anche perché i governi democratici fecero propri quasi tutti i programmi economici di Pinochet, che erano stati alla base del «miracolo cileno» che fece del Paese il numero uno dell'America Latina all'insegna del liberismo integrale. Non fu Pinochet a scrivere quelle leggi. Egli riconobbe subito la propria incompetenza in queste faccende, ma ebbe l'umiltà e il buonsenso di appaltare la riforma ad altri: ai giovani economisti cileni che avevano
studiato all'università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman. Ll dittatore diede loro carta bianca e gli offrì un'occasione unica per i loro esperimenti. Contro tutte le tradizioni dell'America Latina, il Cile sì «aprì» alla circolazione quasi incontrollata dei capitali stranieri. La previdenza sociale e il sistema pensionistico furono radicalmente privatizzati. Un Paese costretto a dimenticarsi della politica e che la dittatura preservava dai due maggiori ostacoli a una riforma all'insegna dell'austerity: i sindacati, cioè gli scioperi, e le elezioni, in cui i partiti inevitabilmente fanno promesse. Legato al tavolo operatorio e anestetizzato, il Cile guarì, sia pure con i costi umani inimmnaginabili. Era stabile quando passò, molto gradualmente,
negli anni '90, dalla dittatura alla democrazia.
 
Pinochet non aveva in mano solo le armi per imporre le sue condizioni nel compromesso: contava anche sui favori di quasi metà dei cileni e addirittura della maggioranza delle cilene, che non avevano dimenticato il caos, la miseria, le code davanti ai negozi vuoti che avevano contrassegnato gli anni di Allende e le avevano spinte in piazza nelle famose «marce delle pentole vuote» su cui scandivano slogan con risonanti cucchiai. L'accordo non fu dunque così arduo come si può pensare oggi e tanto meno fu un'eccezione: transizioni con amnistia si ebbero in quasi tutti i Paesi che uscivano dalle dittature perché erano il migliore incentivo ai dittatori per cedere il potere senza timori. Accadde con i militari dell'America Latina e' più tardi,
con i regimi comunisti dell'Europa orientale. Ma in alcuni Paesi i patti stipulati si sono mostrati troppo dillicili da osservare. Il Cile si è dovuto acconciare a permettere una serie di procedimenti contro Pinochet soprattutto per «salvare la faccia» all'estero. Non so quale rispetto Augusto Pinochet ebbe durante i lunghi anni di potere assoluto delle leggi e dei giudici.

Di certo che il vegliardo che ebbe a che fare con loro negli ultimissimi anni non li capì. Non avrebbe potuto anche se il suo cervello non fosse stato «attutito» dall'età.




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12 dicembre 2006

La retorica della Mariuccia ? No, della Marietta

Purtroppo, è vero. Nostra moglie è fuggita con la cameriera


• da Il Foglio del 11 dicembre 2006, pag. 1


Irrompe nelle discussioni un po' grigie sul disfacimento della famiglia tradizionale, cioè della famiglia, un manifesto 6X3 affis­so nell'Upper Dean Street, a Birmingham, Gran Bretagna. C'è scritto: «Siete le perso­ne più spregevoli che io conosca, le più di­soneste che io abbia mai incontrato. So quello che avete fatto e sono disgustata. Caro Mark, ho cambiato le serrature, dato fuoco ai tuoi vestiti e, soprattutto, ho svuo­tato i conti cointestati per pagare questo po­ster». Una donna tradita dal marito, Mark, che se la fa con la sua migliore amica, deci­de di socializzare le corna via e-mail, rag­giunge una stazione radio, chiede consiglio ai conduttori e si risolve al gran gesto di scrivere sui muri il suo disprezzo per l'adulterio. «Non è un gioco - spiega - ma solo il modo per restituire quanto dovevo al ba­stardo a cui avevo dedicato la maggior par­te della mia vita adulta». Molto precisa, co­me formulazione.

 

Da quando si uniscono, uomini e donne si tradiscono. Non sempre, spesso. Ma non se ne sono mai compiaciuti legalmente fino a quando inventarono il divorzio rapido e seriale, la consacrazione del diritto all'a­dulterio. Non il ripudio antico, veterotesta­mentario o di diritto romano o coranico, che era un modo per sancire l'appartenen­za giuridica della femmina al maschio, un atto di autorità privo di compiacimento e di indulgenza, ma per l'appunto il divorzio moderno: il matrimonio è un contratto, un pacs tra liberi contraenti, e possiamo scioglierlo serenamente quando vogliamo, sti­pulando certe condizioni che il diritto re­cepisce nel codice matrimoniale. Nel caso degli accordi prematrimoniali tra persone di un certo peso economico e sociale, poi, come nota Roger Scruton si tratta di un matrimonio inteso come semplice preparazio­ne al divorzio.

 

Il cristianesimo, anzi Cristo Gesù in pri­ma persona, aveva fatto un'altra scelta. Con la sacramentalizzazione del matrimonio, che l'uomo non può sciogliere perché con­tratto in nome di Dio e unto dal Signore, ci si è allontanati dalla diseguaglianza strut­turale tra uomo e donna, tipica del ripudio asimmetrico, e dalla definizione clanica o tribale della società. La retorica familiare e familista dei cattolici, di cui il mondo se­colarizzato ha una grande ansia di emanci­parsi, nasce da quell'impulso di liberazio­ne dai gioghi sociali più arretrati, se posso usare un termine così perfettamente corretto. È stato a suo modo un progressus, vo­gliamo ammetterlo? Poi è arrivata l'idea grottesca, ma ideologicamente irrecusabile al tempo nostro, che due si sposano e poi di­vorziano, si risposano e ridivorziano, si ri­sposano ancora e ridivorziano ancora in una giocosa girandola di diritti che negano diritti, doveri che si negano da soli, destini che si rinnegano per intrecciarsi con altri, nuovi destini rinnegabili.

 

H divorzio complicato e lungo segnalava una certa aura d'eccezione, ma quello breve zapateriano, tre mesi e via, fa capire bene il senso dell'impresa divorzista: la fine del matrimonio in ogni sua forma autolegittimante e di radice cristiana, come unione per amar­si e procreare e educare figli e santificare anche laicamente l'istituzione sociale della famiglia, e la sua sostituzione con un più li­berale, individualistico, kantiano diritto provvisorio all'uso degli organi sessuali del partner (commercio sessuale era proprio la formula del filosofo di Konigsberg nella sua Metafisica dei costumi).

 

Dunque alla radice di tutto questo discu­tere della famiglia allargata e sconfinata anche in relazione alla diversità di genere, per esempio la famiglia di Mary Cheney e Heather Poe e del bambino in arrivo per la coppia lesbica più famosa del mondo («Sono molto felice per loro», ha detto l'al­tro uomo più cattivo del mondo dopo Dick Cheney, George Bush), sta l'adulterio legalizzato. E' chiaramente un insensato chi pensi che la famiglia è l'unione stabile una volta per tutte tra un uomo e una donna, possibilmente con generazione ed educa­zione di figli, e che l'eccezione a questo schema debba essere compresa con amore, regolarizzata nella tutela dei diversi inte­ressi in gioco, ma considerata istituzional­mente un fallimento dell'ipotesi maggiore, un fallimento al quale possa seguire una vi­ta felice e socialmente riconosciuta, anche nei diritti conseguenti a diversi legami af­fettivi, che però non intacchi l'originalità e unicità della formula di rito matrimoniale classica. Io sono un insensato.

 

Anche il compianto professor Amintore Fanfani, quella figura buffa di democristia­no dalla lingua aretina puntuta, quel per­dente per antonomasia della battaglia della modernità italiana, era un insensato. Però era anche un mago. E quando io facevo cam­pagna per il divorzio, con la coscienza in di­screto subbuglio visto il mio conservatorismo morale di antica data e la mia strana logica per cui se uno pensa al divorzio è meglio che non si sposi, e liberi tutti di convivere come si voglia, Fanfani invece comiziava da stra­buzzare gli occhi e le orecchie degli astanti, e stampava sui manifesti questa frase: «Se ar­riva il divorzio, vostra moglie fuggirà con la cameriera». Quanto abbiamo riso di quella formula pazzotica, e quanto era in effetti ri­dicola nel suo intimidatorio realismo predittivo
 
Giuliano Ferrara






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6 ottobre 2006

Ordine del giorno, compagni : lo scippo del Tfr

 

02-10-2006
Il nuovo Tfr: Trasferimento Forzoso di Risparmio
Agar Brugiavini

Un nuovo pilastro pubblico

Il Trattamento di fine rapporto è oggi un prestito obbligatorio dei lavoratori alle imprese. Si tratta a tutti gli effetti di soldi dei lavoratori, accantonati presso le imprese e iscritti ai bilanci di queste ultime come debiti perché, prima o poi, dovranno essere liquidati. Questi accantonamenti offrono ai lavoratori un rendimento basso, attorno al 2,5 per cento netto nel 2005. Se investiti in previdenza integrativa possono offrire rendimenti molto più elevati. Sempre nel 2005 la Covip stima rendimenti netti dei fondi pensione tra il 7,4 e l’8,5 per cento. (1)
E dal 2001 a oggi i fondi pensione hanno avuto rendimenti pluriennali più elevati del tasso di rivalutazione del Tfr.
Le riforme delle pensioni degli anni Novanta, in particolare la riforma Dini, hanno un senso solo se questo secondo pilastro di previdenza integrativa si realizzerà. I lavoratori più giovani, infatti, riceveranno pensioni pubbliche molto meno generose. Si è più volte chiarito su questo sito che i futuri pensionati – quelli a cui viene ora chiesto di contribuire ulteriormente a coprire i disavanzi correnti - avranno tassi di rimpiazzo molto inferiori a quelli attuali. Per proteggere le condizioni di vita di queste generazioni l’unica soluzione è permettere loro di ottenere rendimenti sui fondi Tfr attraverso i meccanismi propri della capitalizzazione.

Una scommessa contro il decollo della previdenza integrativa

La Finanziaria varata dal governo prevede ora di utilizzare il 50 per cento dei flussi di Tfr "inoptati", cioè non espressamente destinati dai lavoratori ai fondi pensione, per alimentare un fondo per il finanziamento delle infrastrutture istituito presso la Tesoreria. Si prevede in questo modo di raccogliere 5,2 miliardi di euro. Il flusso annuale verso il Tfr è di circa 13,5 miliardi, dunque il flusso potenziale verso le casse dello Stato è di 6,75 miliardi (il 50 per cento di 13,5 miliardi), ciò significa che la Finanziaria "scommette" che quasi l’80 per cento dei dipendenti non eserciteranno questa opzione. Si tratta, in altre parole, di una scommessa contro l’interesse dei lavoratori più giovani, che, come si è detto, hanno necessità di alimentare la previdenza integrativa per garantirsi una pensione adeguata.
È una stima, peraltro, molto generosa per le casse dello Stato. Le indagini Isae suggeriscono infatti che il 44 per cento dei lavoratori è indeciso, il 42,2 per cento intende mantenere il Tfr presso l'azienda e il 13,8 per cento ha già deciso di destinarlo ai fondi pensione. Se anche solo la metà degli indecisi decidesse di optare alla fine per la previdenza integrativa, le entrate garantite da questa operazione scenderebbero a 4,4 miliardi, se tutti gli indecisi optassero per i fondi pensione, le entrate scenderebbero al di sotto dei 3 miliardi. Questi esempi dimostrano che l’operazione rende questo esecutivo (e quelli che succederanno) cointeressato al mancato decollo della previdenza integrativa. Se il governo (come ieri dichiarato dal ministro Damiano) è invece genuinamente interessato a far decollare la previdenza integrativa dovrà in fretta trovare altre coperture per gli interventi finanziati con l’operazione Tfr. Non ci stupiremmo se un domani si decidesse di applicare il silenzio-assenso al contrario: se non dici nulla, il tuo Tfr finisce all’Inps.
Nella Finanziaria è scritto che l’Inps continuerà ad applicare le regole (dunque offrire i rendimenti) oggi previste per il Tfr gestito dalle imprese, dunque a garantire anche le stesse condizioni in termini di liquidità. Si noti che l’Inps non ha la struttura per gestire uno strumento così liquido, i trattamenti di fine rapporto non maturano con tempi facilmente prevedibili e sono utilizzati dai lavoratori per accedere a prestiti: bisognerà creare un’amministrazione ad hoc. C’è quindi un costo amministrativo non indifferente e un rischio di disfunzioni per i lavoratori che avessero esigenze di liquidità.

Quali benefici per i conti pubblici?

E il beneficio per i conti pubblici? Positivo e significativo sul disavanzo nelle fase di avvio perché vi sono solo entrate, ma negativo nel medio periodo in quanto si crea un debito dello Stato nei confronti dei lavoratori: le liquidazioni, prima o poi, dovranno essere pagate offrendo un rendimento che oggi è solo lievemente più basso di quello dei titoli pubblici relativamente liquidi, come i Bot. Sul piano dei conti pubblici, si otterrebbe perciò una riduzione dell'indebitamento, ma non necessariamente del debito pubblico. Infatti, è difficile che il debito associato al Tfr possa essere considerato come debito implicito, soprattutto perché è esigibile dal lavoratore.
In ogni caso, il trasferimento del Tfr alla Tesoreria porta un sollievo solo di breve periodo alla finanza pubblica. È una misura che invece peserà sui conti pubblici nel futuro quando l’Inps avrà esborsi maggiori per pensioni e liquidazioni.
Il risultato: la riforma della pensioni resta incompiuta, i ritardi nello sviluppo della previdenza integrativa sono ormai incolmabili e le generazioni più giovani sono chiamate ancora una volta ad accollarsi i costi presenti e futuri.

(1) Relazione Covip per il 2005




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29 agosto 2006

Ecco perché lui è fiero di essere socialista

Ecco perché sono fiero di essere socialista


• da La Repubblica del 28 agosto 2006, pag. 1


di Giuliano Amato

Caro direttore, l'articolo di John Lloyd, "Che cosa vuol dire definirsi socialisti", pubblicato giorni addietro da "La Repubblica", rivolge ai socialisti la classica domanda esistenziale: ma dopo tanti anni e tanti cambiamenti in che cosa consiste la vostra identità? Siete proprio sicuri che la potete considerare ancora socialista, visto che ora liberalizzate l'economia anziché nazionalizzarla, riducete le pensioni pubbliche e fate spazio alla previdenza privata e fate vostre istanze che un tempo avreste ritenuto moderate e altrui? Siete, sia chiaro, una ammirevole forza di progresso nelle odierne società europee e vi state battendo per valori e principi tutti da condividere. Ma la visione che offrite, il pluralismo, la solidarietà, l'ambientalismo e la passione democratica che oggi connotano voi, e non solo voi, li potete davvero ricondurre alla vostra “fierezza” socialista?

 

 Capisco le domande e condivido l'approdo a cui vogliono portare. Ma da vecchio socialista riformista, che si è sempre battuto contro le visioni autoritarie e stataliste in vario modo prevalse nella mia famiglia politica nel corso del ventesimo secolo, sento il bisogno di rivendicare quei tratti identitari, che il socialismo lo fanno riconoscere più nella sinistra dei diritti e del pluralismo di oggi, che in quella dello statalismo di ieri. Si tratta, del resto, dei suoi tratti originari, perché la grande aspirazione di cui il movimento socialista seppe farsi storicamente interprete, l'aspirazione all'eguaglianza, era geneticamente collegata alla libertà, esprimeva il sacrosanto desiderio dei tanti di avere quel bene la libertà di cui soltanto i pochi avevano goduto in precedenza.

 

 So bene che proprio in ragione delle ideologie poi prevalse nel movimento socialista eguaglianza e libertà hanno finito per contrapporsi, tanto da fare del "socialismo liberale" un ossimoro coltivato a lungo da una minoranza e guardato addirittura dai più (all'interno della famiglia) come un cedimento al nemico di classe. Ma la verità delle cose è che da quell'ossimoro, in realtà, eravamo partiti e ad esso siamo infine tornati dopo che le ragioni di quei più si sono rivelate errori, se non vere e proprie tragedie, e che loro stessi hanno finito per accettarne i postulati.

 

Nella storia, dai greci, sino alla rivoluzione francese, l'eguaglianza aveva sempre avuto per metro le libertà e i diritti. E proprio per questo ottenere eguaglianza aveva sempre significato arrivare a condividere libertà e diritti dai quali si era in precedenza esclusi. Non era un'aspirazione diversa, anzi era solo più ampia e diffusa, quella che nell'800 trovò le sue radici nelle durezze del nascente capitalismo industriale mentre perdurava lo sfruttamento nelle campagne. E fu davanti alle sconvolgenti novità di quel tempo che presero corpo, sino a prevalere, ideologie che incrinarono lo storico collegamento fra eguaglianza e libertà, ipotizzando nuove organizzazioni sociali complessive che l'eguaglianza l'avrebbero realizzata attraverso trattamenti uniformi erogati dall’altro a scapito quindi della libertà. Tutto ciò sarebbe accaduto – si intende – in nome di una “superiore” libertà e in base al principio – incontestabile – che estendere davvero ai tanti le libertà dei pochi non è operazione fattibile estendendo sic et simpliciter gli assetti esistenti: l’istruzione a tutti non la si dà portanto un tutore in tutte le famiglie, la si dà creando una scuola pubblica.

 

Ma l’ubris delle ideologie (non solo socialiste) del tempo fu tale che si andò ben oltre nella progettazione delle future società dell’eguaglianza. E in casa socialista gli elementi di analisi e interpretazione della storia forniti da Marx, indiscutibilmente formidabili, divennero tuttavia ben di più, divennero una scienza che pretese di imporsi alla stessa storia e di farla evolvere secondo regole che, se ben conosciute e applicate senza errori, avrebbero portato ai risultati voluti. A una tale scienza si ispirò il comunismo ma da essa non fu immune neppure la socialdemocrazia burocratica e deterministica, alla quale, non a caso, si contrappose Bernstein, ricordando che la storia non si dirige verso fini, ma è nutrita di movimenti in cui occorre farsi largo cercando di avere una bussola.

 

C'è voluto oltre un secolo perché Bernstein avesse ragione e l'avessero con lui tutti i socialisti che avevano visto e vedevano l'inammissibile potenziale di potere, partitico, burocratico e statale, che scaturiva dall'impostazione prevalente: con conseguenze tragiche laddove quel potenziale si era tradotto in regimi comunisti, con conseguenze distorsive, diseguali e dispersive di risorse laddove si era tradotto in nazionalizzazioni e pubblicizzazioni a tappeto in contesti socialdemocratici.

 

Certo si è che oggi a prevalere sono i postulati dell’ossimoro liberal-socialista: la storia non è guidata da regole scientifiche, ma è mossa da azioni e interazioni dall’esito imprevedibile, nessuno può aspettarsi di realizzare un futuro già scritto, garantire la libertò a chi non l’ha significa metterlo in condizioni di camminare sulle sue gambe e non fargli nunc et sempre da angelo custode, la pubblicizzazione non è una forma di contrasto dal potere privato nell’economia necessariamente migliore dell’antitrust.

 

Non è il tramonto, è la vittoria del socialismo, sono indotto a dire io. E ci tengo a che la si legga così, altrimenti si rischia ciò in cui anche Lloyd cade e cioè di veder sfumare, a questo punto, le differenze più rilevanti fra destra e sinistra. Lloyd dice: a questo punto da voi mi aspetto differenze eclatanti, mi aspetto solidarietà, integrità e rispetto della “rule of law” in misura “maggiore” che dalla destra. Manca qualcosa in questa lettura, manca la percezione di quello che era e non può non rimanere la bussola basilare dei socialisti: la libertà per i più e non per i pochi. Seguire questa bussola può anche portare a differenze che in più casi si manifestano come quantitative. Ma c’è indiscutibilmente qualcosa di più.

 

Certo, non posso non essere consapevole della storia, né del fatto che la storia la si paga sempre: non tanto e non soltanto la storia comunista,che non è quella del mio socialismo, quanto la storia della stessa socialdemocrazia, per la parte rilevantissima in cui questa finì per immedesimarsi con un ruolo dello Stato nell'economia che, specie dopo la crisi del '29, ebbe anche ispirazioni diverse, produsse positivi effetti di stabilizzazione, ma è oggi largamente superato. Una tale immedesimazione pesa ancora oggi sull'identità socialista, di sicuro pesa sulla lettura che gli altri ne danno e quindi sulla sua stessa capacità di attrazione. D'altra parte il socialismo liberale, in ragione della sua storica e pur immeritata minorità, non potrebbe mai bastare a realizzare da solo il fine della "libertà eguale". Deve tenerlo distinto e lontano dalle accentuazioni individualistiche che avvelenano le società del nostro tempo e deve per questo sapersi legare ai movimenti, in genere di ispirazione religiosa, fortemente orientati alla solidarietà collettiva ed alla responsabilità verso gli altri. Con loro e non solo con loro deve altresì creare una rete che, in ogni parte del mondo, la libertà eguale la radichi e la faccia maturare, tagliando l'erba sotto i piedi, non solo ai tradizionali fattori di sfruttamento e di emarginazione, ma anche alle ideologie radicali e ai populismi che, in nome della emancipazione, minacciano di produrre nuove e vecchie schiavitù e di destabilizzare il mondo.

 

Sono dunque socialista e fiero di esserlo. Ma proprio per questo sono pronto a confondere la mia identità con quella di quanti, nel contesto del nuovo secolo, in Italia in Europa, in Europa e nel mondo, possono concorrere a realizzare con me l'ossimoro io cui ho sempre creduto.

 




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16 marzo 2006

Diritto di vita per le Triadi

Che barbarie la pena di morte indiscriminata per la mafia.

 
...
 
In Cina tornano le triadi La mafia si iscrive al Pc
Pechino lancia la crociata contro il connubio tra crimine e stato.

• da La Stampa del 14 marzo 2006, pag. 11

di Francesco Sisci
Per decenni la mafia era sparita dalla Cina. Il Partito comunista, appena arrivato al potere nel 1949, per prima cosa fucilò tutti quelli in odore di triade, con o senza prove. Anche perché è nei libri di storia che il governo nazionalista, il Kuomin-tang (Kmt) di Chiang Kaishek lavorava in combutta perenne con le triadi di Shanghai. Addirittura secondo lo storico americano Frederic Wakeman i Servizi segreti del Kmt erano un tutt'uno con le organizzazioni criminali che operavano nelle grandi città, le operazioni contro i comunisti erano gestite dai mafiosi.
 
 Ma ora la mafia è tornata, con forza. Le triadi hanno infiltrato gli organi del governo a vari livelli, e funzionari corrotti lavorano per gli interessi di gruppi mafiosi.
  La storia era nota da qualche anno, ma era anche un tabù rivelarla in pubblico. Ieri però l'ammissione è arrivata chiara dall'ex vice ministro della polizia ed ex capo dell'Interpol Cina, l'integerrimo Zhu Entao a margine della sessione plenaria del Parlamento cinese in corso in questi giorni. Le infiltrazioni sono a livello di amministrazione cittadina e di governo provinciale. I mafiosi comprano la lealtà di funzionari oppure addirittura spediscono «confratelli» di mafia più giovani e svegli a iscriversi nelle accademie di polizia. Il partito comunista stesso, cresciuto attraverso l'odio delle triadi e che ha messo gli amici degli amici al muro, oggi è invece penetrato dai «lao da ge», i fratelli maggiori delle «società nere».
 
 Nei prossimi mesi il governo centrale lancerà una nuova campagna, «colpire duro» contro il crimine organizzato. Centinaia, forse migliaia di teste rotoleranno, letteralmente, e non saranno solo piccoli teppisti da strada. L'annuncio di Zhu indica che alti funzionari di province e sindaci di città rischiano la vita o gravi pene detentive per la loro complicità con la mafia. Difficile oggi azzardare previsioni, ma finora la gestione del presidente Hu Jintao si è caratterizzata per la determinazione e la profondità delle misure adottate. L'anno scorso una campagna per riportare la disciplina nel partito, diversamente da quelle del passato, è durata molti mesi e ha sottoposto milioni di quadri a corsi di ideologia per compattare le fila e individuare i funzionari più capaci da promuovere.
 
 La nuova battaglia contro la mafia si prefigura quindi diversa dalle altre campagne contro la criminalità, forse più incisiva e radicale. Già l'anno scorso le dirigenze di due province sospettate di infiltrazioni mafiose, lo Heilongjiang e lo Shanxi sono state decapitate. Quest'anno però l'attenzione potrebbe appuntarsi sulle regioni meridionali, da dove partono le triadi più note all'estero, quelle delle province di Canton, del Fujian e dello Zhejiang. A maggio scorso i giornali cinesi hanno riferito del vice capo della polizia della città di Fuzhou, nel Fujian, Wang Zhenzhong, che aveva ordinato l'uccisione di un rivenditore di auto usate, dietro il pagamento di un altro rivenditore. Decine di agenti sono stati arrestati ma Wang è riuscito a fuggire all'estero insieme alla sua amante e almeno 10 milioni di dollari contanti. A giugno scorso apparve la notizia che l'ex vice governatore della provincia dello Henan Lu Deping aveva commissionato l'uccisione della moglie al vice capo della polizia dello Xinjiang, il quale a sua volta l'aveva affidato a due delinquenti comuni. Lu è stato condannato a morte.
 
 L'intreccio tra polizia e delinquenza è profondo a molti livelli. Agenti della polizia centrale vengono mandati nelle province per indagini segrete contro i loro colleghi locali. A Pechino raccontano di «incidenti» di cui sono spesso vittime questi agenti durante le loro missioni. Le rivelazioni di Zhu paiono però segnare anche una svolta «ideologica» nell'approccio alla mafia. In passato il governo centrale cercava di colpire il singolo crimine, lo spaccio di droga piuttosto che l'estorsione, ma non la connessione tra delinquenza e politica, l'operazione tipica dell'organizzazione mafiosa. Oggi le rivelazioni di Zho indicano un cambiamento. Si vede la sfida politica all'autorità centrale nel controllo del territorio esercitato da organizzazioni mafiose insieme a funzionari corrotti e il degrado profondo dell'ordine sociale che questo comporta, al di là dei singoli crimini.
 
 Oggi è impensabile una lotta alle triadi spietata come nel 1949. Terrorizzerebbe il Paese e potrebbe bioccarne l'intera economia. Tanta parte dell'economia è ancora in una zona grigia, con diritti di proprietà poco chiari, piccole o grandi storie di corruzione o evasione, per cui quasi tutti hanno qualcosa da nascondere e da temere. Secondo gli esperti di diritto penale dell'università del Popolo di Pechino ci vorrebbe una bonifica dell'ambiente economico nazionale prima di affrontare le triadi. Ma la guerra alla mafia è già iniziata.
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14 marzo 2006

Aboliamo l'ergastolo

Giustizia: chi ha paura di abolire l’ergastolo?

di Salvatore Ferraro
 
Proprio qualche settimana fa, durante un megaconvegno organizzato dai DS recante titolo “Carcere e libertà”, l’on. Fassino, con modi, parole e argomenti schietti, rilanciava sul tavolo dei programmi politici l’esigenza di un’amnistia prossima, ventura. La nutrita audience, alla proposta del suo leader,  rispondeva con entusiasmo: applausi lunghi e scroscianti, sorridenti assensi di quasi papale memoria, e tanta ma tanta gioia condivisa.
 
Il convegno, poi, si contornava di diritto ancora più praticato e gorgheggiava di interessantissimi (e qualitativamente alti) interventi, molti, tesi a trovare alchimie giuridiche per ricucire qualche drappo smagliato dalla non ineccepibile legisproduzione di governo.
Ma il momento, se non il più interessante, sicuramente più significativo si aveva quando qualcuno, dopo un clamoroso crescendo di consensi versati con cocenti applausi, preso dall’entusiasmo e dal buon senso che il suo vissuto di giurista gli suggeriva, proponeva, tra  tante cose buone e giuste, anche l’abolizione dell’ergastolo.
 
E allora,Silenzio. Un silenzio né sordo e né muto, ma un silenzio irreale, gelido, “clamoroso”, che avvolgeva, all’improvviso, l’intero auditorio. Teste che scuotevano, così, come se improvvisamente assediate da pindarici e circolari voli di mosche moleste.  Episodio eloquente. Ma anche piccolo spunto per riportare sul tavolo questa questione scomoda che ha avuto negli anni degli strani “trattamenti”, valutazioni dottrinali e costituzionali che varrebbe la pena sottoporre a un nuovo e più fresco esame.
 
Si è sempre scansato il problema ergastolo con la sfuggente argomentazione che lo stesso altro non fosse che una sorta di “pena virtuale”, che in fondo un “fine pena mai”, di fatto, non esiste, che la questione dovrebbe, pertanto, solo latamente rientrare in un più generale discorso sulla pena.
 
Credo sia sbagliato trattare la questione in maniera così sbrigativa. Sbagliato per il diritto, per certi valori costituzionali ancora vigenti e per quei 1224 detenuti (il numero è stato reso pubblico dal ministero tre settimane fa) costretti a rispondere con la parola “mai!” a quei compagni che quotidianamente gli chiedono per quando è previsto il suo fine pena.
La verità è che un discorso serio, sul problema dell’ergastolo, deve essere prima o poi rifatto. La Corte Costituzionale, investita, in circa un quarantennio, almeno tre volte del problema è riuscita a glissare in maniera straordinaria la risposta ancorandosi a due solidi ceppi: la grazia del Presidente della Repubblica e, dal ’75 a oggi, la codificazione dell’istituto della liberazione condizionale. Proprio così. La “virtualità” di questa pena è denotata, secondo la consulta, dalla possibilità per il detenuto di vincere una volta nella vita la lotteria della grazia o di essere eventualmente premiato con una condizione sospensiva che di serio e giuridico ha davvero poco. Niente diritti, quindi. Ma mere concessioni. Lotterie, insomma.
 
Un qualcosa, quindi, che stride in maniera impietosamente illegittima con quanto esplicitamente e lucidamente richiesto dall’articolo 27 della Costituzione: un percorso, un percorso visibile per il detenuto. Giuridicamente perimetrato, con diritti solidi. 
Come giustamente scrive Nicola Valentino, ergastolano, introducendo il bel libro di Annino Mele “Mai” edito da sensibili alle foglie“l’assenza di un fine pena certo rende diversa infatti l’esperienza reclusiva dell’ergastolano da quella di qualunque altro prigioniero condannato a pena temporale. L’ergastolano non ha nessun orizzonte temporale che possa con certezza orientare il suo cammino. Per mantenere la presenza a se stesso e dare un senso a ciò che gli sta accadendo, il recluso, proiettato sulla soglia dell’ergastolo fa di tutto. Può essere incredulo oppure uccidersi. La morte ha più senso: l’umanità ha creato le religioni e altri linguaggi per comprendere la morte, ma nessuno di questi linguaggi viene in aiuto per immaginare l’ergastolo”.
 
Forse sarebbe sufficiente ricordare ai futuri eletti del nuovo Parlamento che quest’anno Spagna e Portogallo correranno di fretta per abolire questo barbaro istituto. Si potrebbe anche sottolineare che l’ordinamento tedesco, pur prevedendolo espressamente, non ne fa applicazione da almeno un ventennio o che la Francia a fine ottocento lo riteneva peggiore della pena di morte. Potrei stuzzicare la creatività di qualcuno ricordando come l’ergastolo sia una creatura della chiesa dell’inquisizione. Ma quello che mi preme più sottolineare è l’altissima gradazione di ingiustizia sociale contenuta in questa disumana pena che, di fatto, tende ad attuare un meccanismo di “cancellazione sociale” dell’individuo in contraddizione con la stessa natura del diritto. E mi piacerebbe anche, sarcasticamente, sottolineare i notevoli progressi fatti, grazie alla tecnologia, del sistema carcerario che, consapevole degli effetti psichicamente distruttivi che comportava la lettura del termine “fine pena mai” nel certificato penale, lo ha informaticamente sostituito con il più simpatico e lieto: 99/99/9999.
Bello, no?.
 
“Sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco a immaginarmelo”.
Lo diceva una persona, tanto tempo fa, per sottolinearne l’esigenza della sua abolizione. Una persona che non c’è più e che ogni tanto diceva anche cose sagge. Una persona che stava molto ma molto a sinistra.




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6 marzo 2006

Accattatavillo

Dimanche 05 Mars 2006
Esilio e castigo.
Retroscena di un'estradizione
Paolo Persichetti
Prefazioni di Gilles Perrault e Erri De Luca
La Città del Sole. 2006 Prezzo: € 15


Finalmente disponibile anche in italiano il testo di Paolo Persichetti "Esilio e Castigo", uscito un anno fa in Francia.
Il racconto dell'estradizione e delle procedure giudiziarie kafkiane vissute dal'autore. Un'analisi lucida ed impietosa del sistema penale e del clima politico italiano
























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23 febbraio 2006

Il Dvorkin dice

Una sintesi efficace del Dvorkin su Irving e vignetteidi.

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Ronald Dworkin,filosofo del diritto:«la libertà di parola non è solo uno speciale emblema della cultura occidentale, che possiamo limitare come forma di rispetto per altre culture.
La libertà di parola è una condizione del governo legittimo.
Le leggi e le direttive politiche non sono legittime, se non sono state adottate attraverso un processo democratico; e un processo non è democratico se lo Stato ha vietato a qualcuno di esprimere le sue convinzioni».
«Se esigiamo anche dai fanatici di accettare la decisione della maggioranza una volta che la maggioranza ha deciso, allora dobbiamo consentire loro di esprimere il loro fanatismo durante il procedimento la cui decisione chiediamo loro di rispettare».
La risposta non è di compiacere i musulmani non pubblicando le vignette.
La risposta è di togliere loro l'argomento che usano a ragione contro di noi,
«colpendo le leggi che puniscono la negazione dell'Olocausto per quel che sono:violazioni della libertà d'espressione».
Sono le leggi che condannano il negazionismo: e devono essere cancellate, dice Dvorkin.




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4 febbraio 2006

David Irving libero-2-

L’arresto silenzioso di Irving, le cui idee sbagliate devono essere
libere

Giuliano Ferrara
Non si arresta nel silenzio uno storico per aver scritto dei libri di storia, neanche se
in quei libri si rechi offesa alla verità, neanche se in quei libri si cancelli moralmente per
la seconda volta un popolo sterminato in Europa con le camere a gas. Invece David
Irving, il negazionista inglese, è stato incarcerato in Austria lo scorso 11 novembre, e la
notizia è trapelata solo ieri con scarni lanci di agenzie. L’Austria moderna è uno stato di
diritto lontano anni luce da quel crogiuolo di livori antisemiti che incubarono il
nazionalsocialismo germanico. A Vienna hanno saputo sgonfiare con sapienza politica e
culturale il fenomeno Haider, addirittura con la tecnica dell’integrazione al governo di un
partito che combinava populismo demagogico e radicali ambiguità nostalgiche. A suo
tempo quel paese tormentato dal “passato che non passa” fece i conti in casa e sulla
scena internazionale, chiuso a riccio in una strenua e non sempre limpida difesa della
dignità! nazionale, con il caso Waldheim, il capo dello Stato austriaco che nella Seconda
guerra mondiale il negazionismo era sospettato di averlo praticato, non teorizzato.
L’arresto di Irving sarà sicuramente giustificato con un richiamo normativo alla
legislazione che fa delle idee di Irving e di pochi altri in Europa un reato. Ma l’appello
alla legge è ipocrisia amministrativa quando si tratti della libertà di pensiero, di parola.
Norme dissuasive, già ambigue nella loro formulazione, diventano esplosive se applicate
con la privazione della libertà personale a carico di uno scrittore che ha formulato una
teoria storiografica aberrante, ma teoria.
Bisogna fare molta attenzione. Oriana Fallaci e Michel Houellebecq sono stati
processati per saggi e romanzi e dichiarazioni pubbliche. Luciano Canfora, su un altro
piano, si è visto interdire dal suo editore tedesco la pubblicazione di un libro perché non
erano considerate accettabili tesi sensibili sulla fase della denazificazion! e in Germania.
Sono storie diverse, ma accomunate da un cresce! nte fastidio per la libertà di
espressione, che le costituzioni democratiche europee santificano sulla carta, mentre
legislazioni e moti di opinione conformisti dannano nella pratica. Le idee si combattono
con altre idee: è un precetto assoluto del liberalismo moderno che non è, anche questo,
relativizzabile. Incarcerare l’autore di un libro per quel che c’è scritto, per quanto
disgustoso ne sia il contenuto, è un rogo intellettuale e culturale in cui a bruciare è la
libertà generale. Ci sono troppe prove che convergono nel dare dell’Europa
contemporanea, soprattutto se
paragonata al modello americano, l’immagine fosca di un continente in cui stanno
mettendo radici nuove intolleranze. I libri si combattono con i libri, le idee con le idee,
non con gli schiavettoni.
Fonte: www.ilfoglio.it Nov 19, 2005

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In Francia gli intellettuali non scrivono piu’: hanno paura
Quando sono i giudici a proclamare la verità storica

Maurizio Blondet
Gli storici francesi, rivela Le Monde, sono terrorizzati. Non scrivono più articoli sui giornali. Non
vogliono essere citati per nome. Motivo: temono di essere trascinati in tribunale per le loro idee,
condannati al carcere e a pagare costosissimi risarcimenti a gruppi che si sentono offesi dalle loro
opinioni.
É un fenomeno tipicamente francese. Oriana Fallaci è stata portata in giudizio da gruppi
islamici. La Licra, una potente lobby antirazzista francese, ha ottenuto il sequestro di un libro dello
scrittore israeliano Israel Shamir (ebreo, ma convertito al cristianesimo) che ha ritenuto... antisemita;
nonché la condanna dell’editore francese di Shamir. L’autore stesso è scampato all’arresto fuggendo
dalla Francia in cui stava tenendo un giro di conferenze, ma su richiesta della Licra è stato fermato (e
trattenuto per ore) in Israele. Anni fa, anche Brigitte Bardot fu condannata e dovette risarcire danni
pecuniari, per aver definito «rivoltante» lo sgozzamento di animali dei musulmani.
É inquietante, nella culla del “libero pensiero” e nella patria di Voltaire, di cui viene
immancabilmente citata la frase: «Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò perché tu possa
esprimerle». In realtà, è l’esito tragicomico di una “rivoluzione” che proprio gli intellettuali francesi
hanno promosso e applaudito. La Francia è stata la prima ad introdurre il reato di “revisionismo
storico” sull’Olocausto: la legge Gayssot è del 1990, e sul suo esempio ogni paese s’è dotato di leggi
simili. In Italia, è la legge cui ha voluto legare il suo nome (contento lui..) il senatore Nicola Mancino.
In Francia, gli intellettuali approvarono: si trattava di contrastare l’avanzata di Le Pen e dei suoi
fascisti. E poi, ad andarci di mezzo fu solo Robert Faurisson, uno storico revisionista che diceva che le
camere a gas naziste non erano esistite. Faurisson fu condannato, perse il posto all'università, fu
rovinato economicamente; in più, fu demonizzato dai giornali, picchiato a sangue da ignoti, e la sua
casa semidistrutta. [In fatto, no ] Gli intellettuali, zitti e mosca.
A poco a poco, le lobbies che vogliono reprimere penalmente i “pensieri proibiti” sono cresciute
ed hanno conquistato spazio. Con esiti paradossali. Nel 1995, il tribunale di Parigi ha condannato
Bernard Lewis, un arabista di fama mondiale, per negazionismo. Possibile che Lewis, ebreo americano,
fosse negazionista? Il fatto è che lo studioso, in un’intervista a Le Monde, aveva espresso dubbi che la
strage degli armeni in Turchia potesse essere chiamata “genocidio”: tanto è bastato per farlo trascinare
in aula dalla comunità armena francese.
In Francia, infatti, parlare della tragedia armena come “genocidio” è obbligatorio (apposita legge
del gennaio 2001); è vietato occuparsi della storia dello schiavismo se non come “crimine come
l’umanità” (legge del 21 maggio 2001), e proibito affermare che la colonizzazione francese in Africa e
Indocina abbia avuto un qualche “ruolo positivo” (legge del 23 febbraio 2005). Così Olivier Pétré-
Grenouilleau, docente universitario e storico dello schiavismo, è ora sotto processo perché certe sue
frasi non sono piaciute al “Collettivo delle Antille, Guyana e Réunion”, che difende l’”identità” di quei
popoli ex-coloniali. E decine di altri studiosi sono stati denunciati. «Veniamo intimiditi ogni giorno»,
ammette tremebondo un altro storico, Michel Winock.
Gli storici di mestiere si sono accorti di non poter più fare ricerca storica. Così hanno preso il
coraggio a quattro mani ed hanno firmato in massa un manifesto (“Liberté pour l'histoire!”) in cui
chiedono ai parlamentari di abrogare tutte le leggi di cui sopra. Compresa, dopo sofferta riflessione, la
Gayssot che colpisce il negazionismo anti-ebraico.
Hanno scoperto a loro spese che la libertà intellettuale è indivisibile: chi accetta la soppressione
di una sola idea altrui, finisce per mettere in pericolo le proprie. Chi applaude a una legge che chiude la
bocca a un avversario, finirà per essere un giorno imbavagliato a sua volta. Eppure li aveva avvertiti
Madeleine Rebérioux, unica intellettuale che si oppose alla legge Gayssot: «Una legge che assegna ai
giudici il compito di proclamare la “verità storica” è liberticida, perché l’idea stessa di verità storica
rifiuta ogni autorità ufficiale». Questa legge, aggiunse, «finirà ineluttabilmente per essere estesa a
campi diversi che il genocidio degli ebrei; altri genocidi attendono di essere battezzati legalmente come
verità storica». Ma la Réberioux poteva dirlo, in quanto ex deportata e militante del Partito Comunista
francese. Invece David Irving, sarà il caso di ricordarlo, è tuttora in galera in Austria per i suoi libri di storia “proibita”. Carcere preventivo, in attesa di giudizio.
La Padania Online 22 dic; 2005.
http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=52506,1,1




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