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Diario


30 giugno 2008

Datemi un mantello...

Recentemente ho letto che avrebbero inventato un mantello capace di proteggere dai rumori. Avvolgendo con esso la fonte del rumore, il rumore stesso, quello prodotto, non si sentirebbe più.

Tempo fa era invece apparsa la notizia di un altro mantello capace di rendere invisibili. Il primo rifletterebbe le onde sonore, il secondo quelle luminose. Si tratterebbe, così dicevano gli articoli, di meta-materiali. Già questo termine, meta, rimanda a realtà parallele e a comportamenti anomali della materia; è un termine che sa di anni settanta, di metalinguaggi e metateatri.

Ma ancor più favolosa risuona la parola mantello: mi ricorda subito quello delle streghe che, appunto, rende invisibili e permette di volare immaterialmente. Il povero Peter Schlemihl, indossando un simile mantello, ascolta e vede, non visto, la sua amata convolare a nozze con un altro. Non sempre è buona cosa essere invisibili.

Naturalmente tutte queste fantastiche invenzioni nella vita pratica le potremo utilizzare solo dopo che gli arsenali di guerra ne avranno spremuto ogni possibile uso. E’ lì che girano i soldi, si sa: è lì che si fa ricerca. E per poter mettere all’opera i frutti di tali strabilianti invenzioni (sottomarini antisonar, aerei non avvistabili) le guerre devono compiere il loro iter: per esempio, continuando a costruire nemici anche dove non ci sono.

Ma c’è un altro aspetto che mi ha colpito: il fatto che la scienza e la tecnologia quasi sempre preferiscono trovare soluzioni agli effetti di un danno, piuttosto che impegnarsi a curarne le cause.

Così fa anche la ricerca medica con le cause farmaceutiche: è questo che rende, economicamente, di più.

In questo caso specifico il danno è la produzione di rumore: ma per produrne di meno non servono solo le tecnologie bensì un senso etico che avverte il rumore come danno sociale, come calamità pubblica. In altre parole, servirebbe educarsi a non produrlo. Ma l’educazione necessita di tempi lunghi, pedagogici, generazionali: nell’immediato, quindi, l’educazione non rende.

L’ansia del risultato da conseguire nel minor tempo possibile ha, invece, nel rumore il suo inevitabile accompagnamento sonoro. Nei talk-show i conduttori, come i piazzisti di strada, urlano sempre cercando di sopraffare vocalmente gli ospiti che a loro volta si sopraffanno tra loro. Per non parlare di molte trasmissioni con ospiti tratti dal mondo della politica e dello spettacolo sonoro che offrono.

Non importa più cosa si dice, ma il come lo si dice: basta lasciare il segno, essere visibili, gridare.

Negli ultimi anni i decibel televisivi (si pensi all’aumento di volume quando entra la pubblicità) si sono innalzati sempre più. Ciò ha generato una immediata ricaduta sui comportamenti: tutti gridano di più e alzano la voce, sempre più si fatica a ad ascoltarsi, a disporre di tempo e attenzione per il dialogo, per mettersi nei panni dell’altro, anche senza scomodare le tesi dell’ermeneutica gadameriana. La scuola potrebbe fare molto per educare all’ascolto, vista la maggiore lunghezza dei tempi pedagogici, e invece no: anche lì il tempo si è contratto, le lauree si sono fatte brevi, e crediti e debiti più che appartenere a un vero linguaggio educativo sembrano iscriversi in un unico, onnivoro, uniforme linguaggio economicista.

Così, invece di andare all’origine del danno da rumore, ci mettiamo sopra un bel mantello, e via coi clacson a tutto spiano e con gli insulti gridati in diretta.

Un po’ come con il divieto di intercettazioni telefoniche che oggi va tanto di moda: invece di evitare alla fonte lo scempio delle cliniche che speculano sui nostri corpi, si preferisce che il rumore delle voci dei medici che contrattano di tumori e organi sia messo a tacere.

D’altra parte è noto che in tutti i regimi totalitari i crimini di colpo scompaiono dalla vita pubblica: la cappa mantellosa del silenzio ne impedisce la divulgazione. Il rumore c’è, ma nessuno lo percepisce più. Il mantello funziona.




permalink | inviato da la spigolatrice il 30/6/2008 alle 20:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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