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Diario


4 giugno 2008

American stuff: Rick Danko

Omaggio ad un musicista che ho amato e amo tanto, Rick Danko, come artista e come persona.

Il pezzo l’ho tradotto da qui, ed è scritto da una giornalista musicale che ha avuto la fortuna di seguirlo nei suoi lavori e di conquistarne fiducia e amicizia.

(ricchiuti, sei pregato di inserire “It makes no difference” della Band!)

Una nota personale

Il giorno in cui incontrai Rick fu l’ultimo giorno di normalità nella mia vita. Fu l’ultimo giorno in cui ero disposta ad accettare l’ordinario, a seguire il corso dei giorni, a fare ciò che ci si aspettava che facessi, proprio perché era quello che ognuno si aspettava. Fu l’ultimo giorno in cui indossai un tailleur a lavoro, l’ultimo giorno in cui arrivai persino puntale! Il mio lavoro d’affari legato alla musica, “invidiabile”, assieme ad uno dei migliori avvocati di rappresentanza della costa orientale, improvvisamente mi sembrava un gioco. Il giorno dopo l’incontro con Rick, arrivai al lavoro con due ore di ritardo, vestita in jeans e un paio di mocassini. Il mio capo mi convocò immediatamente nel suo ufficio e mi chiese, senza mezzi termini, che diavolo mi fosse successo. Gli risposi che avevo incontrato Rick Danko e la Band, come se ciò avrebbe spiegato qualsiasi cosa. La sua espressione perplessa sarebbe diventata l’abituale risposta delle settimane e mesi successivi.

Trascorsi quel giorno fiaccamente, come una nuvola, ero scombussolata. Suonavo sdolcinata , c’era qualcosa di diverso e non riuscivo a capirlo con precisione. D’altronde avevo incontrato molte rock star – lavoravo con la musica e spesso ospitavamo musicisti e produttori famosi in ufficio. E non ero il tipo che veniva colpita dalle star. Ma questa volta fu diverso. Istintivamente mi resi conto che quell’incontro avrebbe cambiato il corso della mia vita per sempre. E fu così. E non ho più guardato indietro.

Trascorsi i restanti successivi mesi lavorando, libera professionista come scrittrice e pubblicitaria. Dovevo pubblicare molti articoli sulla Band, inclusa una presentazione sulla storia di Rick che un mio amico gli aveva mandato.

Un giorno, mentre ero seduta alla mia scrivania, il telefono squillò. “Ciao, sei tu Carol?”. Non sapevo se svenire, vomitare o cadere dalla sedia, perché riconobbi quella voce immediatamente. “Carol, sono Rick Danko”…mi dispiace disturbarti al lavoro… hai un minuto di tempo?”

Rick mi disse che aveva letto alcuni miei scritti e ne fu colpito. “Sai più cose tu di me di quanto ne so io, mia cara!” disse con quella maniera di ridacchiare alla Danko. Mi invitò a partecipare allo show successivo della band e dopo lo spettacolo, mi chiese se volessi lavorare per lui in “maniera ufficiale” (che, per coloro che hanno lavorato con la Band sanno che non esiste!) e io accettai. Il resto, come dissero, è storia.

Rick diventò una parte importante della mia vita e della mia carriera. Fin dall’inizio, avevo un desidero travolgente di aiutarlo. Rick sapeva come tirare fuori la parte naturale e culturale di ogni persona che conosceva- uomini, donne, giovani e vecchi. Perché mai qualsiasi persona che aveva guidato con lui era disposto a prestargli la sua macchina? Le persone che gli volevano bene in qualche maniera volevano proteggerlo. E lui contraccambiava con affetto. Rick passava un brutto periodo colpendo i sentimenti delle persone, persino i parassiti che volevano solo esser testimoni della scena. A volte, da quelle persone che non lo conoscevano realmente , si staccava come fosse un ingenuo e un credulone. Forse perché voleva sembrare un cucciolone, o forse un tenore dalla voce tremolante o forse un eterno sorridente. Ma, come disse Elliott Landy, a Rick piaceva recitare la parte del “cugino di campagna”. Era molto più saggio di quanto ognuno di noi pensava di sapere.

Iniziai a pubblicizzare i suoi tour e finii a lavorare con lui giorno per giorno per molti anni. Mi fece conoscere Eric Andersen e divenni anche la sua pubblicitaria. Una notte nel 1991 mi chiamò al suo ritorno dalla Norvegia. Mi cantò un bellissima canzone al telefono che successivamente incise, dal titolo “Driftin’ Away” (scorrere via) e mi chiese cosa me pensavo. Gli dissi che l’amavo, registrai dei nastri e li spedii alle radio della regione. Rick era veramente orgoglioso della nostra “operazione radicale”. C’era stata una voce nei riguardai di un album a trio e presto arrivò un disco con Ryko.

Scrissi per l’album Danko-Fjeld- Andersen che venne pubblicato poche settimane prima di Jericho. Era un lavoro fatto con amore. I media furono eccitati del ritorno di Rick Danko e la stampa era positiva in tutto il mondo. Il 1993 fu un grande anno- Woodstock sembrava ancora una volta essere quel luogo di sogno che era stato una volta. Rick stava facendo ciò che più amava nella sua vita- suonare. Spettacoli da solo, o con trio e con la band. Lui li fece tutti e li amava. Sapeva come resistere nel tempo ad essere l’uomo di copertina, ma era anche un felice “accompagnatore”, non gli piaceva essere considerato la stella dello spettacolo, persino quando era il suo show. Quanto più a lungo rimaneva in palcoscenico, tanto più si sentiva al sicuro.

Era molto di più di un fenomeno musicale, e molto di più del pagliaccio di classe della band, malgrado fosse la persona più divertente che abbia mai incontrato. E non c’è alcuna maniera per descrivere quanto fosse divertente. Devi semplicemente aver conosciuto Rick per capire ciò che dico. Lui era, e sempre sarà, un tipo. Non potevi essergli amico senza sorridergli. Perché lui rideva sempre. Ma poiché la fortuna premia le persone allegre e veramente lui lo era- si poteva dire che era stato colpito. Non si canta, come sapeva fare lui, se non sei stato ferito.

Rick era proprio come un bambino, nel vero senso della parola. William Blake nella sua poetica ha distinto

l’essere infantile” dall’essere bambino”. Rick era la personificazione di quella distinzione. Era un esperto guerriero della strada che aveva visto e fronteggiato tutto un milione di volte; tuttavia vedeva ancora il mondo in maniera innocente e vera. Lui aveva diviso il palcoscenico con le leggende, suonato a milioni di fan, sfornato scuole di musicisti del basso. Ma arrossiva se un commento andava oltre al “fantastico show, Rick!”.

All’età di 56 anni, Rick era ancora un ragazzo. Un ragazzo che realmente si appassionava al concetto della e-mail, che si meravigliava della tecnologia del fax, che amava i milk-shake alla vaniglia e i Dunkin’Donuts (sorta di ciambelle fritte)

Parlai a Rick il 9 dicembre. Gli dissi che lo avrei chiamato il giorno successivo per alcune interviste: erano le 2 del pomeriggio, l’ora standard di Danko.

La mattina successiva, nel momento in cui stavo programmando un’intervista per lui, ricevetti un avviso di chiamata al telefono. Era un DJ dell’area di New York che voleva sapere come potevo avere una voce così metallica. “Che vuoi dire?” gli chiesi. “Non c’è nulla di vero a proposito di Nick?” Il mio cuore palpitò: “cosa gli è successo a Rick?” Mi disse che aveva ricevuto dalla sua postazione una chiamata che gli comunicava che Rick Danko era morto.

Sola allora, Elizabeth Danko chiamò dicendomi ciò che già sapevo. Il resto è una forma confusa di singhiozzi e gemiti.

La mia vita non è stata più la stessa da quel giorno.

--Carol Caffin




permalink | inviato da la spigolatrice il 4/6/2008 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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