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Diario


27 marzo 2008

Noticine su "Mephisto" ad usum ricchiuti

 

Ma lo hai finito di leggere il romanzo, specie il fondamentale ultimo capitolo, ricchiuti?

Klaus Mann lo dice in tutti i modi che il protagonista non è grande neanche nel male, non è il diavolo in persona, e, soprattutto, non è un grande artista. Non a caso l’autore usa l’artificio, direi manzoniano, del narratore onnisciente proprio per questo: smascherare ogni ipocrisia, ogni illusoria e strumentale buona coscienza di Hofgen con i suoi controcanti ironici, le sue correzioni sarcastiche che dicono come stanno davvero le cose in chiusura di ogni frase o discorso indiretto in cui si riporta il punto di vista di Hofgen. E’ un don Rodrigo qualsiasi, insomma: non un Innominato. Sempre pieno di paure e rimorsi, sempre intimorito dalle possibili conseguenze di ogni sua azione. Confuso, angosciato. Ha abbracciato il regime ma si tiene buoni gli amici eversori comunisti per paura che un domani possano prendere il potere e a loro continua a protestare il suo inguaribile odio anticapitalista. E’ attanagliato dal terrore quando catturano Ulrichs che, nonostante tutto, anche sotto tortura, non fa il suo nome, e per scarico di coscienza gli paga comunque il funerale mandando anonimamente il denaro alla madre; ha tutto il feroce rancore dell’escluso piccolo-borghese quando non si vede considerato, o si vede accolto con distaccata ironia, dalla coltissima e autorevole famiglia della moglie Barbara (emarginazione che dissimula a sé stesso con i soliti deliri egoici). Come mette bene in rilievo Mann, in una cosa però è insuperabilmente grande, questo commediante: nella sua diabolica mondanità, nel suo cinico spirito, capace, con la sua voce cantilenante e il suo repertorio consumatissimo di sguardi, toni cantilenanti di voce, posture studiate del corpo, di convincere nientemeno che Hitler in persona.

Ma per una volta il guitto è costretto ad essere sincero con se stesso, alla fine del romanzo: quando si rende inevitabilmente conto che la sua supposta bravura, che lo aveva aiutato quasi con una forza magnetica e inspiegabile nel ruolo di Mephisto, non è all’altezza del ruolo di Amleto. L’immagine del principe danese lo perseguita e lo bracca dicendogli beffardo: “Tu non sei Amleto”.

E infatti, “il personaggio che Hofgen fece di Amleto era un tenente prussiano con sintomi di nevrastenia”, chiosa Mann. Tutti lo applaudono in piedi, ovvio, in quella brodaglia di menzogne che è il regime, incapace di riconoscere la forza della vera arte ma molto sensibile, evidentemente, ad una messa in scena rozza, scorretta ed enfatica. Lui lo sa come stanno le cose, però, e i “fragorosi applausi non gli facevano scordare d’aver fallito”. Quel regno di menzogne viene regolarmente  ribadito nelle ultime parole del romanzo, quando si sottolinea il gesto studiato (“bello, pietoso, abbandonato”) che fa da epilogo alle lacrime, forse sincere, appena versate dal protagonista. Hofgen è un tipo antropologico universale: non quello dell'artista sempre in precario  equilibrio nei suoi compromessi con il potere, ma quello del lamentoso e compromissorio vile di ogni epoca. Per averlo reso così bene, il romanzo è un capolavoro.




permalink | inviato da la spigolatrice il 27/3/2008 alle 13:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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