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12 dicembre 2007

A de Catà ...

12 dicembre 2007

A de Catà ...


Finito, proprio stamane, "Romanzo Criminale". Fumettone è fumettone, ma di certo c'è di buono che non lo rileggi la seconda volta (perché non c'è niente da capire che ti sfugga la prima).
Nascondarella. L'autore, che è un ex giudice, gioca a nascondarella per tutto il libro cercando di distrarci con falsi protagonisti "veri". I veri capi della Banda della Magliana, Libanese e Freddo, roba grossa per stomaci di colesterolo e cemento armato, il Vecchio, nella suddivisione Grande e Piccolo Vecchio. Addirittura il Nero, roba da ragazzini quando ne avevo sedici (e forse nemmanco) e per le ragazzine al cinema per via di Scamarcio. Uno talmente tetro e vuoto da sembrare pur romanissimo un sardo. Roba che ti sembra di sentirlo, ed effetto Pedrette, quando con voce impostata ti simula un Evola genio senza cadere nell'accento dei Parioli. Però basta esagerare con lo sfotti che Massimo Carminati sta ancora in giro e puzza d'intoccabile di stato.
No, nulla di tutti questi.
I tre personaggi veri, che non a caso m'hanno interessato, intorno ai quali ruota tutto il pizzone sono il trio, di fatto e di letto, Dandi, Patrizia, Scialò. Lo snob, lo sbirro, la puta.
Rispettivamente, San Renatino De Pedis in Sant'Apollinare martire munifico, Gianni De Gennaro per sempre capo della polizia, una puttana. Una delle tante. Una gran puttana, dice l'autore. Al quale però non riesce il giochino di farcela desiderare come una sfida da vincere. Patrizia resta lì senza nome e senza storia a godersi come serva di due padroni, un mezzo cuore affittato a ore al tenerone sbirro ed il culo a cottimo a quel boss, il suo tempo.
E' l'unico plot dei tre che non conosce evoluzione. Che non fa carriera nell'anima. Che parte sdraiata e arriva sdraiata. L'unica ferma mentre i suoi amanti fanno gavetta, dalle stalle alle stelle nei loro rispettivi e reciproci campi d'azione arrivando a scriver la Storia. A Patrizia, non a caso l'unica senza nome e cognome, fare la storia non interessa.
A lei piace fermare il suo tempo e godersi la vita comprata dal denaro. E' l'unica che non muore dentro. L'unica che non ribellandosi al ruolo per lei scelto dal caso, senza voler cambiare il mondo come Scialò o cambiarsi d'abito come il Dandi, vince alla lotteria della libertà usando le fiches che agli altri due son costate una vita (e una morte, chi dei due per strada, l'altro a Palazzo).
D'altronde Patrizia è una femmina. A quale maschio interesserebbe godersi la vita piuttosto che il potere sui maschi, quale maschio rinuncerebbe a fare la storia potesse ?
Io, per esempio.
Io sono Patrizia.

...
Note di colore che non servono a niente
Le donne sono sempre assolte nel romanzo e ne escono comunque bene. Sia dalla penna dell'autore, che riesce a dar simpatia persino alla moglie bizzoca del Dandi come vuotaggine alla donna del Freddo, talmente povera ed essenziale nel suo esser maestrina d’arte bambino cercasi che non si capisce perché non sia rimasta insieme al grigio fratello del Freddo, Povero Gigio. Così vuota la donna del Freddo che l'autore-Roberta non merita nemmeno di morire, preferendole, a differenza del film (dove si attutisce l'origine incestuosa del rapporto e si rimuove per promuovere la gran storia d'amore), il già morto e cornuto "vitello".
Sia dalle confessioni fiume, mezzo fiume, ad orologeria dei loro uomini, alla fine tanto bori quanto fregnoni, che, traditi o non traditi, amati o non amati, mollate o non mollati, per un malinteso codice d’onore, che signor giudice alla penna ed alla pena rende proprio, non fan mai il loro nome all’autorità competente. Lasciandole così libere di godersi i loro soldi, le proprietà in affitto o intestate, il meglio del peggio di tutti quei mortacci (fatti da ) loro.
Gli uomini piccoli e schiacciati han tutti nomi da topi. Gigio, Sorcio. E son tutti presi in assistenza da infermiere caritatevoli che poi li mollano clamorosamente e senza pietà.
Ad esempio, l'infermierina Vanessa che dal Sorcio a Trentadenari al Nercio passa di letto in letto, inseguendo da Positano al vile conio (anche se non disprezzabile il minuscolo riferimento al gioco di potere di lei infermiera spacciatrice ai medici e dottori strafattoni), simulando in pizzo il gioco di sponda molto più roboante degli omini grandi, risulta alla fine, in mezzo a tante puttane di professione, l'unica puttana dentro della comedy. Ergo, l'unica che a noi maschi dà da pensare (altro che Patrizia coi pieghevoli, gli orsacchiotti e l'amico frocio- troppo buono il Dandy, troppo stronzo, che la lascia invecchiare senza amarla più, lo sbirro bono).
La scena in cui passa al Nercio, per salvarsi la vita, è stucchevole e troppo buffa. Quando si lascia scivolare l'asciugamano rosa mostrando i seni al killer che di lì a poco non la ucciderà più, la similitudine con l'Elena & Menelao è talmente grottesca da far scappare grasse risate. E come si fa più col personaggio, autore ?
Una donna desiderabile che in atteggiamento seduttivo, all'apice della sua visione di propria femminilità, in realtà fa ridere, ebbè, a De Catà quella è una fica morta.
I personaggi napoletani sono antipatici. I siciliani, tutti grotteschi.
Dei personaggi che dovrebbero far sognare, spiace, lo ribadisco sed amen, non apprezzare il bandito Nero barra il romantico Freddo (il Libanese scusate ma è roba da ragionieri, come il Secco ed è meglio il Secco). Segno che non ci ho più l'età.
Jenesca la giornalista socialista-garantista degli anni '80, la ex terrorista salvata da Scialò che lo inguaia disegnandolo, in quanto giustiziere della notte, Capitano Ultimo irrituale fanta-psico giustizialista come un pericolo, anzi Il Pericolo di questa società. E concordo e riverisco.
Poco riuscito. Anzi, meno riuscito rispetto alle premesse e alle ambizioni dello scrittore un personaggio come Pischello che con la sua bruta predisposizione cieca alla violenza da annoiati dovrebbe compendiare Circeo, Alibrandi, forse Fioravanti (la faccia pulita ricorre troppo per essere un tormentone e poi è descritto come un biondino paffutino), e dintorni. Scialò che digita "Rolex" al computer, quando finalmente ne ha ottenuto uno in cambio dell'anima perché grandi e piccoli vecchi, dopo la caduta degli Dei a Berlino, non han più bisogno di quei quattro "mariuoli" di craxiana memoria e gli permettono finalmente di farsi "giustizia", ricostruendo perfettamente l'organigramma della Banda oramai da suonare è, nel suo patetico e vecchi merletti, per amanti del genere Rita Borsellino. Di tutti avrei voluto essere Pidocchio, aka Mino Pecorelli, quello che sa tutto e scappa subito in commedia.
Delle scene che dovrebbero far venire un tuffo al cuore, la meglio riuscita è quella dell'irrigidimento di Patrizia quando a letto con Scialoia, lui le racconta di quanto desiderasse fisicamente la sua vecchia fiamma (la garantista carogna appunto). Dopo averlo inguaiato, appunto. Prima di cavarsela in corner raccontandole, forse, chissà, la bubbola che la desiderava come desiderava immensamente tutte le altre vedendo in tutte le donne del mondo nientemeno che solo lei. L'amata troia.
Bè, non ci crederete, ma quella tenera e illogica gelosia folle, perché di una donna di tutti, dovrebbe commuovervi come una strizzatina, una puntura di spillo in calce alla spina dorsale.
A me lo ha fatto ma la cosa è finita e finisce lì. E questo significa che non ci ho più manco il cuore di una certa età.

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permalink | inviato da makia il 12/12/2007 alle 0:4


@@@@

Per amanti delle piccole fesserie, alleghiamo velina originaria del pezzo in prima ed immediata stesura (le aggiunte successive hanno avuto lo stesso filtro, ossia zero, e se han trovato generosamente spazio solo in un secondo momento è a causa dei gravi problemi di memoria dello scrivente)- Attenzione, note, spiegazioni e teso solo per amanti dello studiolo mentale del Ricchiuti (gli altri li si rimanda ai cazzi di Beckham e di Pitt, grazie)

Finito, proprio stamane, "Romanzo Criminale". Fumettone è fumettone, ma di certo c'è di buono che non lo rileggi la seconda volta (perchè non c'è niente da capire che ti sfugga la prima).
Nascondarella. L'autore, che è un ex giudice, gioca a nascondarella per tutto il libro cercando di distrarci con falsi protagonisti "veri". I veri capi della Banda della Magliana, Libanese e Freddo, roba grossa per stomaci di colesterolo e cemento armato, il Vecchio, nella suddivisione Grande e Piccolo Vecchio. Addirittura il Nero, roba da ragazzini quando ne avevo sedici (e forse nemmanco) e per le ragazzine al cinema per via di Scamarcio. Uno talmente tetro e vuoto da sembrare pur romanissimo un sardo. Roba che ti sembra di sentirlo, ed effetto Pedrette, quando con voce impostata ti simula un Evola genio senza cadere nell'accento dei Parioli. Però basta esagerare con lo sfotti che Massimo Carminati sta ancora in giro e puzza d'intoccabile di stato.
No, nulla di tutti questi.
I tre personaggi veri, che non a caso m'hanno interessato, intorno ai quali ruota tutto il pizzone sono il trio, di fatto e di letto, Dandi, Patrizia, Scialò. Lo snob, lo sbirro, la puta.
 Rispettivamente, San Renatino De Pedis in Sant'Apollinare martire munifico, Gianni De Gennaro per sempre capo della polizia, una puttana. Una delle tante. Una gran puttana, dice l'autore. Al quale però non riesce il giochino di farcela desiderare come una sfida da vincere. Patrizia resta lì senza nome e senza storia a godersi come serva di due padroni, un mezzo cuore affittato a ore al tenerone sbirro ed il culo a cottimo a quel boss, il suo tempo.
E' l'unico dei tre che non conosce evoluzione. Che non fa carriera nell'anima. Che parte sdraiata e arriva sdraiata. L'unica ferma mentre i suoi amanti fanno gavetta, dalle stalle alle stelle nei loro rispettivi e reciproci campi d'azione arrivando a scriver la Storia. A Patrizia, non a caso l'unicasenza nome e cognome, fare la storia non interessa.
A lei piacefermare il suo tempo e godersi la vita comprata dal denaro. E' l'unica che non muore dentro. L'unica che non ribellandosi al ruolo per lei scelto dal caso, senza voler cambiare il mondo come Scialò o cambiarsi d'abito come il Dandi, vince alla lotteria della libertà usando le fiches che agli altri due son costate una vita (e una morte, chi dei due per strada, l'altro a Palazzo).
D'altronde Patrizia è una femmina. A quale maschio interesserebbe godersi la vita piuttosto che il potere sui maschi, quale maschio rinuncerebbe a fare la storia potesse ?
Io, per esempio.
Io sono Patrizia.

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Note di colore che non servono a niente
Le donne sono sempre assolte nel romanzo e ne escono comunque bene. Sia dalla penna dell'autore, che riesce a dar simpatia persino alla moglie bizzoca del Dandi come vuotaggine alla donna del Freddo, talmente povera ed essenziale che non si capisce perchè non sia rimasta insieme al grigio fratello del Freddo, Povero Gigio.
Gli uomini piccoli e schiacciati han tutti nomi da topi. Gigio, Sorcio. E son tutti presi in assistenza da infermiere caritatevoli che poi li mollano clamorosamente e senza pietà.
Ad esempio, l'infermierina Vanessa che dal Sorcio a Trentadenari al Nercio passa di letto in letto, inseguendo da Positano al vile conio (anche se non disprezzabile il minuscolo riferimento al gioco di potere di lei infermiera spacciatrice ai medici e dottori strafattoni), risulta alla fine, in mezzo a tante puttane di professione, l'unica puttana dentro della comedy. Ergo, l'unica che a noi maschi dà da pensare (altro che Patrizia coi pieghevoli, gli orsacchiotti e l'amico frocio).
La scena in cui passa al Nercio, per salvarsi la vita, è stucchevole e troppo buffa. Quando si lascia scivolare l'asciugamano rosa mostrando i seni al killer che di lì a poco non la ucciderà più, la similitudine con l'Elena & Menelao è talmente grottesca da far scappare grasse risate. E come si fa più col personaggio, autore ?
Una donna desiderabile che in atteggiamento seduttivo, all'apice della sua visione di propria femminilità, in realtà fa ridere, ebbè, a De Catà quella è una fica morta.
I personaggi napoletani sono antipatici. I siciliani, tutti grotteschi.
Dei personaggi che dovrebbero far sognare, spiace non apprezzare il bandito Nero barra il romantico Freddo (il Libanese scusate ma è roba da ragionieri, come il Secco ed è meglio il Secco). Segno che non ci ho più l'età.
Jenesca la giornalista socialista-garantista degli anni '80, la ex terrorista salvata da Scialò che lo inguaia disegnandolo, in quanto giustiziere della notte, Capitano Ultimo irrituale fanta-psico giustizialista come un pericolo, anzi Il Pericolo di questa società. E concordo e riverisco.
Poco riuscito. Anzi, meno riuscito rispetto alle premesse e alle ambizioni dello scrittore un personaggio come Pischello che con la sua bruta predisposizione cieca alla violenza da annoiati dovrebbe compendiare Circeo, Alibrandi, forse Fioravanti (la faccia pulita ricorre troppo per essere un tormentone e poi è descritto come un biondino paffutino), e dintorni.
Delle scene che dovrebbero far venire un tuffo al cuore, la meglio riuscita è quella dell'irrigidimento di Patrizia quando a letto con Scialoia, lui le racconta di quanto desiderasse fisicamente la sua vecchia fiamma (la garantista carogna appunto). Prima di cavarsela in corner raccontandole, forse, chissà, la bubbola che la desiderava come desiderava immensamente tutte le altre vedendo in tutte le donne del mondo nientemeno che solo lei. L'amata troia.
Bè, non ci crederete, ma quella tenera e illogica gelosia folle, perchè di una donna di tutti, dovrebbe commuovervi come una strizzatina, una puntura di spillo in calce alla spina dorsale.
A me lo ha fatto ma la cosa è finita e finisce lì. E questo significa che non ci ho più manco il cuore di una certa età.

 




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