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Diario


7 giugno 2006

Ferrara/Travaglio 1

“Nei paesi civili non si fanno
processi al sistema, il sistema si
regola sulla base delle procedure
democratiche” (Ferrara)
“Il conflitto d’interessi è
concreto. E’ inutile richiamarsi alle
authority. Non abbiamo quelle dei
paesi democratici seri” (Travaglio)
“Se il furto lo compie una sola
persona è un furto, se lo compiono
tutti è una razzia. Ed è molto più
grave una razzia” (Travaglio)

 
Scansato, prego : accettato senza illusioni, l'abbraccio tardogarantista dei milanisti ex revocatori & avocatori di scudetti e neogallianisti per neogarantisti, va ora in onda lo speciale Think Tank multicural spinto Ferrara/Travaglio.
Fuori onda in favor di Travaglio saranno naturalmente ben accetti anche a domicilio.Meglio, forse, in forma strettamente privata ma libera adesione in libera virtù.
Scherzo.
Potete anche pensare che faccia il tifo.Importante è che non me lo ribadiate.
 
----
 
LA SFERA E’ UGUALE PER TUTTI ?
Travaglio e Ferrara discutono di calcio, cioè delle inchieste dal 1992 a oggi
Pubblichiamo il testo quasi integrale del dialogo tra Marco Travaglio e Giuliano Ferrara che appare su Micromega in edicola da oggi. La rivista, diretta da Paolo Flores d’Arcais, contiene una conversazione tra Oliviero Beha e Gianni
Rivera e le testimonianze di Sergio Givone,Cristiano Lucarelli, Damiano Tommasi, Giancarlo De Sisti, Zbigniew
Boniek, Michele Plastino, Giampiero Mughini, Riccardo Luna e Paolo Rossi.

Marco Travaglio(nessuno ascolta, c'è un uomo grigio che muove le labbra, brusìo in aula pardòn sala, la gente parla d'altro, dell'estate del '43 e di tutto il quando si stava meglio):
Partiamo dalle analogie fra mani pulite e l’inchiesta sul calcio, che mi sembra l’aspetto che più interessi a Ferrara.
C’è ormai l’idea che se tutti commettono lo stesso reato, allora il reato è meno grave.
In realtà il codice penale stabilisce che
se il furto lo compie una sola persona è un
furto, se lo compiono tutti, è una razzia; ed
è molto più grave una razzia di un furto. E’
particolarmente grave che un calciatore,
penso a Cannavaro, spunti come un fungo a
dire: “Lo fanno tutti”. Per anni ci è stato raccontato,
infatti, che i calciatori vivono in
una specie di scatolina ovattata, nella quale
non si accorgono di niente. Cannavaro,
tra l’altro, appare in un filmato, nel quale
gli facevano una flebo alla vigilia di una
partita e diceva: “Che schifezza che dobbiamo
fare”. Ma non è mai successo che un calciatore
si sia alzato in piedi a dire: “Ci riempiono
di farmaci, non sappiamo (oppure: lo
sappiamo) che cosa ci mettono dentro”. Alla
fine della fiera, sarà anche interessante
andare a vedere il singolo calciatore che
ruolo ha in tutto questo, perché poi è il singolo
giocatore che va in campo. Se poi il calciatore
se ne viene fuori a dire: “Così fanno
tutti”, allora ci deve spiegare che cosa notava
ogni volta che scendeva in campo. Altri
suoi colleghi hanno incominciato, in questi
giorni, a dichiarare delle strane cose, del tipo:
“Beh, insomma, in certe partite si notava
qualcosa di strano negli arbitri, però non
avremmo mai pensato… eccetera”. I calciatori
sono i primi testimoni della regolarità o
meno delle partite. Se è vero che c’erano arbitri
di scuderia e arbitri di fiducia, è impossibile
che calciatori e allenatori non se
ne accorgessero. E’ vero che sono dei ragazzi
giovani, però non sono tutti cretini.

Giuliano Ferrara(in piedi, fiori nei vostri cannoni, bravooo bravissimo, silenzio please e facciamolo tutti che così s'usa):
La mia risposta è questa.
“Lo fanno tutti” è una frase che dipende
da una premessa: “La giustizia è uguale
per tutti”. Se lo fanno tutti viene detto con
l’intenzione di assolvere tutti, allora ha ragione
Travaglio quando parla del furto e
della razzia. Ma se lo fanno tutti viene detto
per sottolineare l’importanza di una giustizia
eguale per tutti, allora dobbiamo prendere
questa frase come una protesta contro
un certo modo di amministrare la giustizia
che, a quattordici anni dall’inizio delle inchieste
sulla corruzione a Milano, si riproduce
come un cancro, come una metastasi.
Voglio dire una cosa molto semplice, che
credo tutti possano afferrare con altrettanta
semplicità di testa e di cuore. Se un’inchiesta
che parte e si sviluppa con procedure
legali e con tutte le dovute garanzie
per la difesa di coloro che sono indagati, e
poi eventualmente imputati, è puntuale e
circoscritta, abbiamo un’inchiesta specifica
su alcuni reati che sono stati ipotizzati dai
giudici dell’accusa, e che poi possono essere
dimostrati o meno in un processo civile o
penale o sportivo. Ciò che viene dimostrato
è un reato: la partecipazione penale, personale,
del signor Luciano Moggi o del signor
Cannavaro, dell’arbitro De Santis, o di
chiunque altro. Questo è normalissimo. E
ovviamente non ho nulla da ridire contro
questo. Io dico che la palla è tonda. Ma Travaglio
non deve desumerne la conseguenza
che dunque tutti i risultati delle partite sono
giusti e corretti perché la palla è tonda.
No. La palla è tonda vuol dire una cosa, anche
qui, molto semplice: il calcio complessivamente
inteso è un gioco nel quale una
palla è affidata a buone gambe, a una buona testa, a buone tattiche di allenatori e calciatori.
Si processano fatti, non il gioco del
calcio, trasformando la palla tonda in palla
quadrata. Non voglio dire affatto che tutti i
risultati delle partite sono giusti. Se c’è una
partita, o dieci partite truccate, quei risultati
non sono giusti. Anche se mi costa fatica
dirlo perché mi sembra implicito, aggiungo
che, così come la critica alla giustizia
sommaria di Mani pulite riguardava l’assalto
a un sistema, con una supplenza dei
giudici rispetto alla politica che ha ignorato
l’eguaglianza di tutti davanti alla legge,
indagando blandamente il Pci-Pds o la sinistra
democristiana, compreso l’attuale presidente
del Consiglio, così la rivoluzione per
metastasi di questo cancro nel calcio indica,
attraverso le similitudini, le analogie o
addirittura le identità, che siamo di fronte
allo stesso fenomeno di assalto ad un sistema.
Primo punto: l’inchiesta, così come si
sviluppa e si manifesta oggi, è completamente
illegale. Un’accusa che si rende responsabile
dello spargimento senza pietà di
intercettazioni telefoniche, probabilmente
con una grande capacità selettiva, nell’ambito
di un reato continuato e aggravato di
violazione del segreto investigativo, mi fa
già venire molti sospetti
. Secondo punto.
Nel diritto contano le forme, le procedure
sono decisive
. Ora, l’assetto di un’inchiesta
giudiziaria o di un’inchiesta di giustizia
sportiva sul gioco del calcio può essere giudicato
in modo sensato e serio solo se questa
inchiesta viene letta nel contesto del fenomeno
più grande, che la collega con il suo
riflesso mediatico e con i giochi di potere
che scatena. Se l’inchiesta ha, o può avere,
un risvolto, più ancora che politico o civile,
di lotta di potere, allora si presta ad essere
strumentalizzata. E questo aspetto a me pare,
anche in questo caso, come per tangentopoli,
flagrante. Gli elementi ci sono tutti:
c’è il grande moralizzatore Della Valle, che
viene moralizzato, come il conte Radice
Fossati, che voleva moralizzare la Milano
dei costruttori, e poi si vide che elargiva generose
tangenti. Ci sono i magistrati integerrimi
che incorrono in cadute di stile, che
si vede che non sono perfettamente e del
tutto estranei agli ambienti sui quali devono
indagare. Parlo per esempio del giudice
insieme penale e sportivo Maurizio Laudi,
parlo del celebre procuratore Gian Carlo
Caselli e di altri eventuali intercettati che
hanno avuto bisogno di qualche buon biglietto
e di qualche buon parcheggio allo
stadio. Naturalmente, sono cadute di stile
assolutamente minori, per adesso. Il procuratore
di Torino Maddalena poteva mostrare,
anche nelle inchieste sportive, un rigore
analogo a quello che ha mostrato in altre
circostanze. Risulterebbe invece a certi osservatori
che in certi casi ha avuto un occhio
stanco. La polemica tra Giuseppe D’Avanzo
e Marcello Maddalena è sotto gli occhi
di tutti, si è svolta su Repubblica. L’unica
cosa diversa rispetto a Tangentopoli è
che il cuore di questo scandalo è Torino, e
coinvolge la Juventus e i suoi dirigenti. E tra
questi non posso non mettere, oltre a Luciano
Moggi, anche il famoso avvocato Franzo
Grande Stevens, che ha appena lasciato
la presidenza della Juventus e che, per dirla
con Francesco Saverio Borrelli, immagino
che non potesse non sapere. Quando si
trattava di Tangentopoli, invece, il cinghialone
non era torinese, ma era milanese, non
si chiamava Moggi, ma si chiamava Craxi.

Travaglio(con fare lupino, stanco e visibilmente annoiato dalla verità fattuale e la sua opaca pignoleria, se la cava con la retorica del piccolo grande teatro degli orrori, sennò che gusto c'è ad accusare e non c'è colpa ed emozione):
 
Ferrara è sempre molto più interessato
alle inchieste che non ai fatti che
emergono dalle inchieste. Si discute spesso
su tangentopoli chiamandola Mani pulite o
su Mani pulite chiamandola tangentopoli. In
realtà, tangentopoli è lo scandalo e Mani pulite
è l’indagine. Ferrara è molto interessato
all’indagine. Anche a me non è piaciuto per
niente il fatto che tutte le intercettazioni siano
finite sui giornali, e che i giornali le abbiano
ottenute con ben poca fatica. E’ evidente
che c’è una permeabilità del sistema.
Qui le informazioni non sono più il frutto della
bravura del giornalista che riesce a procurarsi
qualche indiscrezione: qui abbiamo
veramente la discovery anticipata di tutti gli
atti. C’è un eccesso, che non si è affatto raggiunto
ai tempi di Mani pulite, perché allora
i verbali non erano segreti. Ricordo che il
verbale, nel momento in cui diventa conoscibile
dall’indagato che lo firma, non è più segreto
e può essere pubblicato. Mani pulite
non ha usato intercettazioni perché si basava
sulle confessioni dei colpevoli, che ogni
volta che venivano presi confessavano tutto,
tiravano in ballo altre persone, le quali, a loro
volta, confessavano tutto, e tiravano in ballo
altre persone. Rispondo a Ferrara per
punti. In realtà è inevitabile quello che a
Ferrara sembra strano, ossia che la giustizia,
che deve essere uguale per tutti, sia selettiva.
Uguale per tutti non vuol dire, infatti, che
tutti quelli che hanno commesso un certo
reato vengono sicuramente presi. Vuol dire
che quelli che vengono presi vengono trattati
in maniera uguale. Sarebbe curioso se un
ladro di autoradio, preso con le mani nel sacco
mentre traffica dentro una macchina, una
volta trascinato in tribunale e processato per
direttissima dicesse al giudice: “Ma guardi
che io conosco un sacco di altri ladri di autoradio
che voi non avete mai processato”. Il
giudice gli direbbe giustamente: “Ma intanto
abbiamo preso lei e processiamo lei, se poi
lei ci fa i nomi dei suoi colleghi, noi andremo
a prendere anche i suoi colleghi”.

Ferrara(tutti i rei in piedi tranne quello compreso lui, lo riconduce al particolare del diritto, almeno lascia traccia ai posteri):
Scusa, Travaglio, questo riguarda
appunto i reati puntuali. Parli di un ladro di
auto. Ma nel caso in specie c’è l’associazione
per delinquere. Se quel ladro di cui parlavi
viene inquisito per associazione per delinquere,
allora è un’altra cosa. Bisogna vedere
se dall’associazione per delinquere altri non
vengano tirati fuori, o non vengano lasciati
fuori, magari per distrazione, magari per noncuranza,
magari invece perché così conviene.
Travaglio(ammette il vuoto personale sul tormentone napoletanpulcinellesco per ammiccare di sapere e non sapere, eppur non dovrebbe non sapere, neanche quando si confessa in fallo ha dubbi, su Della Valle capro espiatorio amboutile astutamente converge, ripropone le barzellette sulla Yalta del calcio, gli arbitri a Est e i guardalinee a Ovest):
 
Ma su questo non ho dubbi. Bisognerà
andare a vedere, infatti. D’altra
parte io non conosco l’inchiesta di Napoli.
Conosco l’inchiesta di Torino, che si è conclusa
con una richiesta di archiviazione
perché sono emersi dei fatti molto inquietanti,
ma che si riferivano a partite di precampionato,
che non sono sanzionate perché
sono amichevoli, e a partite di anticipo
di Champions League, che non sono coperte
dalla legge sulla frode sportiva perché ricadono
sotto l’Uefa e non sotto il Coni. Perciò,
quando Moggi si sceglie l’arbitro per
l’amichevole o per la partita di Champions
League, dando gli ordini al designatore arbitrale
Pairetto, la legge italiana purtroppo
qui ha una lacuna e non prevede sanzioni.
Questa è la ragione per cui Torino
chiede l’archiviazione. Il segreto cade nel
momento in cui il dossier consegnato alla
Federcalcio, all’Uefa e alla procura di Roma,
esce dai confini della procura di Torino.
Io conosco questa inchiesta. Non è vero
che hanno intercettato solo i dirigenti della
Juve: hanno intercettato Pairetto, il quale
aveva rapporti esclusivi con Moggi. I designatori
arbitrali prendevano appuntamento
e andavano a cena, alla vigilia delle
designazioni, a casa di Giraudo. Nessun altro
dirigente di squadra di calcio aveva gli
stessi rapporti con Pairetto, perché Pairetto
è stato intercettato per un mese e mezzo
a Torino e i rapporti che aveva con Moggi e
indirettamente con Giraudo non li aveva
con nessun altro. Questo è già un fatto. L’altro
fatto è che l’inchiesta di Napoli, che si è
innestata nello stesso periodo, ha avuto la
fortuna di trovare un gip che autorizzasse
intercettazioni più a lungo, e ha così raccolto
centomila telefonate, dalle quali non
mi pare che si sia salvato granché. Abbiamo,
infatti, la Juventus, che è la regina del
calcio italiano; abbiamo il Milan per un tale
Meani che si occupava di guardalinee
(gli arbitri erano nelle mani di Moggi); abbiamo
la Fiorentina di colui che giustamente
Ferrara chiama il moralizzatore moralizzato.
Insomma, abbiamo i tre poli di attrazione:
la real casa di Torino, il gruppo
Berlusconi, e Della Valle, il grande nemico
di Berlusconi. Francamente non so quali
possano essere gli altri grandi poteri lasciati
fuori dolosamente dai giudici di Napoli.
Se tu, Ferrara, hai notizie, sono interessato
anch’io a conoscerle. Ma non mi pare
che questo sia il problema. Che è invece
quello che sottolineavi prima: è chiaro che
intercettando alcuni possono rimanere fuori
alcuni altri. Ma il problema è che noi,
ogni volta che esplode uno scandalo, ci troviamo
di fronte a un sistema, perché lo
scandalo non è mai il frutto di mele marce
isolate. Abbiamo visto dalla scalata di Ricucci,
che è un piccolo Moggi in erba, ma
che è stato fermato presto, che questi personaggi
un po’ imbarazzanti allora godevano
delle protezioni del governatore della
Banca d’Italia, dell’entourage del presidente
del Consiglio e di vasti settori dell’opposizione
di sinistra. Questo è il punto.
Ogni volta che si gratta da qualche parte –
si tratti delle banche, del calcio, della corruzione
dei rapporti fra politica e affari, di
appalti – si scopre regolarmente un sistema.
Ma allora è chiaro che se si tratta di un
sistema, l’azione della magistratura non potrà
che risultare selettiva, perché non riuscirà
mai a colpire i quattro lati del sistema
e a tener tutto dentro. Si lavora sulla base
di notizie di reato, e dipende da dove si riesce
ad arrivare con le prove. Se quello che
emerge è sempre frutto della volontà pervicace
di qualche magistrato di salvare
qualcuno e di punire qualcun altro, bisognerà,
prima o poi, anche dimostrarlo. Continuo
a sentir parlare del Pci-Pds che sarebbe
stato salvato: tuttavia, Ferrara, tu conosci
molti comunisti che sono finiti in galera
a Milano e che sono stati tenuti dentro
anche parecchio tempo, nella speranza che
il momento magico gli rinfrescasse la memoria.
Se i magistrati non volevano che
Greganti parlasse, non lo avrebbero tenuto
dentro tre mesi più altri due mesi. Vedo
che non c’è la volontà di capire il fenomeno
come un fenomeno di sistema. Quello
che vediamo non può essere chiamato
scandalo, perché dev’essere finalmente
chiamato sistema. Certo, se i Cannavaro invece
di dire: “Così fan tutti”, e poi pentirsi
di averlo detto, aiutassero a prenderli questi
“tutti”, sarebbe tanto di guadagnato. Se
Craxi avesse aiutato la giustizia avrebbe reso
un buon servizio. Ma non lo ha voluto fare,
ha preferito tenersi qualche arma di ricatto.
Io mi auguro che stavolta, se qualcuno
ha qualcosa da dire, la dica.

Ferrara(mentre applaude dentro di sè alla flemma del Kompagno G, pugni chiusi in sala, Piccolo Grande Viscinsky frattanto brucia una fotina di Ricucci recitando un bisbiglio senza sottotitoli):
 
A proposito delle presunte parzialità
della magistratura, che Travaglio nega,
perché se la cava dicendo che bisogna
dimostrarle, mi permetterei un piccolissimo
richiamo al senso comune. Del più accanito
pivot dell’accusa nel pool di Mani pulite,
che si chiamava Antonio Di Pietro, il suo diretto
superiore, il procuratore capo di Milano,
Borrelli, ha riferito di averlo sentito dire:
“Io a quello lo sfascio”, riferito a Berlusconi.
Successivamente, se non sbaglio, Di
Pietro si è dimesso dalla magistratura. Ma
non è rimasto con le mani in mano: appena
ha potuto è stato candidato da D’Alema, dai
Ds, dal centrosinistra, nel collegio blindato
postcomunista, diciamo così, del Mugello.
Oggi è un rispettato e onorevole ministro
della Repubblica, con un suo partito, nel
centrosinistra. Se non ricordo male, un altro
regista, anche politico, di quella che lui
stesso definì, in un famoso scontro con Tiziana
Parenti, “la linea del Pool” (“Tiziana
è fuori dalla linea”, disse) è Gerardo D’Ambrosio.
Oggi è deputato dei Democratici di
sinistra. Certamente conosco membri dell’apparato
del Partito comunista che furono
incarcerati, compreso il famoso Greganti;
ma Travaglio conosce bene gli inquirenti
che successivamente hanno fatto carriera
politica, uscendo dalla magistratura per ragioni
ancora un po’ complesse, o, invece, riprendendo
il discorso dal livello della pensione.
Adesso abbiamo anche il ritorno di
Francesco Saverio Borrelli, in accoppiata
con un grande studio legale professionale,
gestito dall’ex senatore della sinistra indipendente,
Guido Rossi. Mi viene perciò
qualche sospetto sull’imparzialità e sulla
solenne capacità di rispettare la maestà
della legge da parte della cultura inquirente
che prevale oggi nella magistratura italiana.
Per quanto riguarda il sistema, la mia
idea è questa: il conflitto di interessi è certamente
una bestia da tenere sotto controllo.
I paesi civili parlano del conflitto di interessi
e spesso non hanno neanche legislazioni
in merito. Al contrario dell’Italia, che
una se l’è data, col governo Berlusconi. Il
conflitto di interessi è fissato nell’idea di un
conflitto potenziale di interessi. Perché si
usa questo aggettivo, “potenziale”, accoppiato
alla formula: “conflitto di interessi”?
Per la ragione che dicevo prima: nei paesi
civili non si fanno processi al sistema, il sistema
si regola sulla base delle procedure
democratiche, dell’orientamento dell’elettorato;
si riforma attraverso sforzi di cultura
delle classi dirigenti, non viene messo regolarmente
in mano alla magistratura. Sul
sistema intervengono le authority. Tutte cose
che, mi rendo conto, in Italia sono magari
più difficili, perché siamo un paese di
molte anomalie, un po’ intrallazzone. All’estero
rilevano anche il conflitto potenziale
di interessi, però colpiscono l’esplicitazione
concreta di un conflitto di interessi in una
circostanza puntuale. Il conflitto di interessi,
in realtà, è il sale della società civile. Io
lavoro in un giornale che ho fondato, di cui
sono in parte anche editore e azionista, ma
che ha tra i suoi azionisti, per il 38 per cento,
Veronica Lario in Berlusconi. Lavoro in
un giornale che prende anche delle sovvenzioni
dallo stato. Quindi sono variamente
condizionato. Sta al lettore, che lo può comprare
o non comprare, decidere se questo
giornale vale la carta su cui è stampato, ovvero
se questo giornale è abbastanza libero
– o semilibero, come dico sempre io, che
cerco di non essere un retore in fatto di morale
– per poter dire, non dico “la verità”,
ma delle cose che abbiano un qualche interesse
di stampa. Lo stesso riguarda ovviamente
il mio interlocutore, Travaglio, e lo
dico senza nessuna sfumatura polemica. I
tuoi libri escono per il gruppo Rizzoli-Corriere
della Sera. Gli ultimi due, “L’inciucio”
e “Le mille balle blu”, sono semplicemente
fantastici, pur con qualche imprecisione.
Scrivi su Repubblica, che è il giornale di De
Benedetti, ovvero il giornale edito da una
persona che è parte in causa diretta (e Repubblica
fa male a non segnalarlo ogni volta
che ne parla) in alcuni processi decisivi,
in cui sono in ballo molti quattrini, che riguardano
il conflitto sulla Mondadori con
Berlusconi. Lavori anche per l’Unità, un
giornale di partito, con i finanziamenti di
stato. Le finanze dell’Unità sono state messe
a posto da un paio di persone che hanno
ricevuto un trattamento particolare nelle
ultime spettacolari inchieste su Bancopoli.
Parlo del dottor Giovanni Consorte e del
dottor Ivano Sacchetti. Per investigare, in
certi casi si è ricorsi al carcere, in altri no.
Ecco: i conflitti di interessi ci sono sempre,
riguardano i giornalisti, i magistrati, i parcheggi,
i biglietti, le frequentazioni personali,
le amicizie.

Travaglio (cotto ma per dire nel duro del suo portafoglio, in fondo se ne fotte e Ferrara lo sa ma the show must go on e i ragazzi guardano a lui ):
 
 No, non sono d’accordo, perché
io non penso che tu, Ferrara, abbia un conflitto
di interessi. Io penso che Berlusconi
abbia un conflitto di interessi. E non in teoria:
ha voluto una legge per spalmare i debiti
delle società di calcio, e una delle società
indebitate era la sua; ha voluto un decreto,
firmato da lui, della quale ha beneficiato
una sua società di calcio… E sto parlando
solo di calcio, senza estendermi al resto.
Il suo partito è riuscito a bloccare una
norma che tutti i partiti, invece, volevano
varare alla fine della legislatura, con la
quale si intendeva tornare a una contrattazione
collettiva dei diritti televisivi per vendere
le partite alla tv. Chi si è impuntato? Il
suo capogruppo di Forza Italia, Elio Vito, a
dispetto degli stessi alleati dell’allora maggioranza.
E non si capiva bene se fosse il capogruppo
di Forza Italia… o del Milan.
Quindi, il conflitto di interessi è ben concreto:
è incarnato e puntuale. E’ poi inutile
richiamarsi alle authority. Le nostre non sono
le authority dei paesi democratici seri.
Le nostre sono degli uffici di collocamento
per politici trombati. Alle authority delle
comunicazioni ci sono degli ex dirigenti di
Mediaset, ci sono degli ex sottosegretari di
sinistra, ci sono persone che rispondono ai
partiti, anziché occuparsi del conflitto di interessi.
E quindi tutto diventa politica. Anche
l’authority che dovrebbe vigilare sulla
politica. Sono d’accordo, non bisognerebbe
fare i processi al sistema, se però non ci fossero
dei sistemi di corruzione e di malaffare.
Purtroppo noi non abbiamo mai episodi
singoli di malaffare perché appena scopriamo
un episodio singolo, nel giro di una
settimana scopriamo che c’era un sistema.
Non c’è mai la singola responsabilità isolata,
ma c’è sempre la protezione del capo.
Che una volta è della Banca d’Italia, una
volta del governo; adesso, nel caso del calcio,
tutti i vertici del calcio erano ai piedi di
Moggi. Non c’è nulla da meravigliarsi se poi
gli unici che riescono a scoperchiare queste
cose sono i magistrati. I magistrati arrivano
tardi, arrivano alla fine, arrivano male, arrivano
con gli scarponi chiodati della polizia
giudiziaria, non arrivano in maniera efficace,
raffinata e tempestiva. Chi potrebbe
arrivare in maniera tempestiva per occuparsi
di tutto, senza eccezioni, perché non
ha bisogno di prove così cogenti come quelle
che si richiedono per un processo penale,
sono le famose autorità intermedie, la famosa
pubblica amministrazione. Io ho scritto
un libro nel ’97 su Moggi, che si intitola
Lucky Luciano. Bastava prendere quel libro
e ce n’era a sufficienza per stabilire che
questo signore aveva dei comportamenti
talmente stridenti con i valori dello sport,
che avrebbero dovuto prenderlo per un
orecchio e dirgli: “Va beh, adesso goditi la
pensione!”. (segue nell’inserto IV)

  
 ---TO BE CONTINUED--




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