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Diario


4 febbraio 2006

David Irving libero-2-

L’arresto silenzioso di Irving, le cui idee sbagliate devono essere
libere

Giuliano Ferrara
Non si arresta nel silenzio uno storico per aver scritto dei libri di storia, neanche se
in quei libri si rechi offesa alla verità, neanche se in quei libri si cancelli moralmente per
la seconda volta un popolo sterminato in Europa con le camere a gas. Invece David
Irving, il negazionista inglese, è stato incarcerato in Austria lo scorso 11 novembre, e la
notizia è trapelata solo ieri con scarni lanci di agenzie. L’Austria moderna è uno stato di
diritto lontano anni luce da quel crogiuolo di livori antisemiti che incubarono il
nazionalsocialismo germanico. A Vienna hanno saputo sgonfiare con sapienza politica e
culturale il fenomeno Haider, addirittura con la tecnica dell’integrazione al governo di un
partito che combinava populismo demagogico e radicali ambiguità nostalgiche. A suo
tempo quel paese tormentato dal “passato che non passa” fece i conti in casa e sulla
scena internazionale, chiuso a riccio in una strenua e non sempre limpida difesa della
dignità! nazionale, con il caso Waldheim, il capo dello Stato austriaco che nella Seconda
guerra mondiale il negazionismo era sospettato di averlo praticato, non teorizzato.
L’arresto di Irving sarà sicuramente giustificato con un richiamo normativo alla
legislazione che fa delle idee di Irving e di pochi altri in Europa un reato. Ma l’appello
alla legge è ipocrisia amministrativa quando si tratti della libertà di pensiero, di parola.
Norme dissuasive, già ambigue nella loro formulazione, diventano esplosive se applicate
con la privazione della libertà personale a carico di uno scrittore che ha formulato una
teoria storiografica aberrante, ma teoria.
Bisogna fare molta attenzione. Oriana Fallaci e Michel Houellebecq sono stati
processati per saggi e romanzi e dichiarazioni pubbliche. Luciano Canfora, su un altro
piano, si è visto interdire dal suo editore tedesco la pubblicazione di un libro perché non
erano considerate accettabili tesi sensibili sulla fase della denazificazion! e in Germania.
Sono storie diverse, ma accomunate da un cresce! nte fastidio per la libertà di
espressione, che le costituzioni democratiche europee santificano sulla carta, mentre
legislazioni e moti di opinione conformisti dannano nella pratica. Le idee si combattono
con altre idee: è un precetto assoluto del liberalismo moderno che non è, anche questo,
relativizzabile. Incarcerare l’autore di un libro per quel che c’è scritto, per quanto
disgustoso ne sia il contenuto, è un rogo intellettuale e culturale in cui a bruciare è la
libertà generale. Ci sono troppe prove che convergono nel dare dell’Europa
contemporanea, soprattutto se
paragonata al modello americano, l’immagine fosca di un continente in cui stanno
mettendo radici nuove intolleranze. I libri si combattono con i libri, le idee con le idee,
non con gli schiavettoni.
Fonte: www.ilfoglio.it Nov 19, 2005

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In Francia gli intellettuali non scrivono piu’: hanno paura
Quando sono i giudici a proclamare la verità storica

Maurizio Blondet
Gli storici francesi, rivela Le Monde, sono terrorizzati. Non scrivono più articoli sui giornali. Non
vogliono essere citati per nome. Motivo: temono di essere trascinati in tribunale per le loro idee,
condannati al carcere e a pagare costosissimi risarcimenti a gruppi che si sentono offesi dalle loro
opinioni.
É un fenomeno tipicamente francese. Oriana Fallaci è stata portata in giudizio da gruppi
islamici. La Licra, una potente lobby antirazzista francese, ha ottenuto il sequestro di un libro dello
scrittore israeliano Israel Shamir (ebreo, ma convertito al cristianesimo) che ha ritenuto... antisemita;
nonché la condanna dell’editore francese di Shamir. L’autore stesso è scampato all’arresto fuggendo
dalla Francia in cui stava tenendo un giro di conferenze, ma su richiesta della Licra è stato fermato (e
trattenuto per ore) in Israele. Anni fa, anche Brigitte Bardot fu condannata e dovette risarcire danni
pecuniari, per aver definito «rivoltante» lo sgozzamento di animali dei musulmani.
É inquietante, nella culla del “libero pensiero” e nella patria di Voltaire, di cui viene
immancabilmente citata la frase: «Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò perché tu possa
esprimerle». In realtà, è l’esito tragicomico di una “rivoluzione” che proprio gli intellettuali francesi
hanno promosso e applaudito. La Francia è stata la prima ad introdurre il reato di “revisionismo
storico” sull’Olocausto: la legge Gayssot è del 1990, e sul suo esempio ogni paese s’è dotato di leggi
simili. In Italia, è la legge cui ha voluto legare il suo nome (contento lui..) il senatore Nicola Mancino.
In Francia, gli intellettuali approvarono: si trattava di contrastare l’avanzata di Le Pen e dei suoi
fascisti. E poi, ad andarci di mezzo fu solo Robert Faurisson, uno storico revisionista che diceva che le
camere a gas naziste non erano esistite. Faurisson fu condannato, perse il posto all'università, fu
rovinato economicamente; in più, fu demonizzato dai giornali, picchiato a sangue da ignoti, e la sua
casa semidistrutta. [In fatto, no ] Gli intellettuali, zitti e mosca.
A poco a poco, le lobbies che vogliono reprimere penalmente i “pensieri proibiti” sono cresciute
ed hanno conquistato spazio. Con esiti paradossali. Nel 1995, il tribunale di Parigi ha condannato
Bernard Lewis, un arabista di fama mondiale, per negazionismo. Possibile che Lewis, ebreo americano,
fosse negazionista? Il fatto è che lo studioso, in un’intervista a Le Monde, aveva espresso dubbi che la
strage degli armeni in Turchia potesse essere chiamata “genocidio”: tanto è bastato per farlo trascinare
in aula dalla comunità armena francese.
In Francia, infatti, parlare della tragedia armena come “genocidio” è obbligatorio (apposita legge
del gennaio 2001); è vietato occuparsi della storia dello schiavismo se non come “crimine come
l’umanità” (legge del 21 maggio 2001), e proibito affermare che la colonizzazione francese in Africa e
Indocina abbia avuto un qualche “ruolo positivo” (legge del 23 febbraio 2005). Così Olivier Pétré-
Grenouilleau, docente universitario e storico dello schiavismo, è ora sotto processo perché certe sue
frasi non sono piaciute al “Collettivo delle Antille, Guyana e Réunion”, che difende l’”identità” di quei
popoli ex-coloniali. E decine di altri studiosi sono stati denunciati. «Veniamo intimiditi ogni giorno»,
ammette tremebondo un altro storico, Michel Winock.
Gli storici di mestiere si sono accorti di non poter più fare ricerca storica. Così hanno preso il
coraggio a quattro mani ed hanno firmato in massa un manifesto (“Liberté pour l'histoire!”) in cui
chiedono ai parlamentari di abrogare tutte le leggi di cui sopra. Compresa, dopo sofferta riflessione, la
Gayssot che colpisce il negazionismo anti-ebraico.
Hanno scoperto a loro spese che la libertà intellettuale è indivisibile: chi accetta la soppressione
di una sola idea altrui, finisce per mettere in pericolo le proprie. Chi applaude a una legge che chiude la
bocca a un avversario, finirà per essere un giorno imbavagliato a sua volta. Eppure li aveva avvertiti
Madeleine Rebérioux, unica intellettuale che si oppose alla legge Gayssot: «Una legge che assegna ai
giudici il compito di proclamare la “verità storica” è liberticida, perché l’idea stessa di verità storica
rifiuta ogni autorità ufficiale». Questa legge, aggiunse, «finirà ineluttabilmente per essere estesa a
campi diversi che il genocidio degli ebrei; altri genocidi attendono di essere battezzati legalmente come
verità storica». Ma la Réberioux poteva dirlo, in quanto ex deportata e militante del Partito Comunista
francese. Invece David Irving, sarà il caso di ricordarlo, è tuttora in galera in Austria per i suoi libri di storia “proibita”. Carcere preventivo, in attesa di giudizio.
La Padania Online 22 dic; 2005.
http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=52506,1,1




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